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Tarvisio, si cercano altri reperti utili a capire la morte dell'orso Rudolph
Agosto 2017
FONTE: Messaggero Veneto
COPIA PER IL TRADUTTORE:
FONTE: Messaggero Veneto
COPIA PER IL TRADUTTORE:
È morto Rudolph l’orso del Tarvisiano che amava la pizza
Gli esperti: sono suoi i resti ritrovati in aprile nella foresta Aveva due anni, non si esclude che sia stato ucciso
di Giancarlo Martina
TARVISIO. Appartengono a Rudolph, un orso di due anni, i resti rinvenuti il 6 aprile nella Foresta di Tarvisio, vicino al confine con l’Austria, sul monte Goriane sopra Coccau. Si trattava di frammenti ossei che in un primo momento ricordavano quelli di una mano umana, tanto che erano intervenuti i carabinieri del “Norm” della Compagnia di Tarvisio comandata dal capitano Robert Irlandese. Analisi più attente avevano rivelato la vera natura del ritrovamento. Paolo Molinari, esperto faunista, aveva avuto subito dei dubbi, ma aveva atteso conferma dal collega del dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Zagabria il professor Djuro Huber, uno dei massimi esperti europei di orsi bruni.
Chiara la sua risposta: «È un orso subadulto, ovvero ancora giovane di due, massimo tre anni di età». Stabilita la specie, rimaneva la perplessità sulle ragioni della morte dell’animale. A questo punto, era intervenuta la sezione naturalistica del reparto Biodiversità di Tarvisio dei Carabinieri – Forestali, guidata dal brigadiere capo Dario De Martin. Obiettivo, la ricerca di altri reperti utili a capire la morte dell’animale, tutelato dalla legge come specie protetta. Nonostante l’intervento delle unità cinofile non era stato possibile trovare altro. Analisi chimiche dei tessuti rinvenuti fanno escludere un avvelenamento, come pure un decesso provocato da un incidente stradale. Poco probabile anche la morte naturale. Più probabile una morte per abbattimento illegale che si sarebnbe verificato nel tardo autunno. Tanto più che i vicini contadini austriaci avevano richiesto al Land (Regione Carinzia) il permesso di abbattere almeno un orso che aveva ucciso una dozzina di pecore, avevano anche aggiunto che in caso di diniego «si sarebbero arrangiati». L’esperto Paolo Molinari però ritiene poco probabile un’uccisione premeditata, ma non esclude un abbattimento involontario. Forse, durante la caccia crepuscolare il malcapitato plantigrado è stato scambiato per un cinghiale. «In ogni caso il risultato, ahimé, non cambia – sottolinea Molinari –, é la perdita di un prezioso animale, immigrato spontaneamente e naturalmente dalle foreste della Slovenia».
Le analisi genetiche, effettuate presso il laboratorio dell’Università di Lubiana dal dottor Tomaz Skrbinsek hanno quindi rivelato l’identità dell’animale: un giovane orso che l’anno scorso aveva fatto parlare di sé in quanto un po’ spavaldo e dinamico. Aveva fatto visita ai cassonetti dei laghi di Fusine vicino al punto di ristoro dei Sette Nani dove faceva incetta di resti di pizza e frutta che i turisti buttavano. Aveva visitato diverse fattorie e agriturismi nelle alte valli di Ugovizza, per poi passare in Austria, dove era stato battezzato “Rudolph”.
Nonostante la perdita di un orso, il monitoraggio genetico effettuato nel Tarvisiano in seno al progetto Life (DinAlpBear) e in collaborazione con la regione Fvg e l’Ispra, ha rivelato la presenza di almeno altri cinque orsi.
«Sono tutti maschi – precisa Molinari –, mancano le femmine e quindi viene anche a mancare la capacità riproduttiva sul nostro territorio. Evidentemente – osserva – le femmine prediligono ancora le
aree a più alta densità nel sud della Slovenia. A morire è stato un individuo giovane, piuttosto confidente e un po’ problematico; fortunatamente non uno degli animali adulti e stanziali, molto discreti e anche per questo più preziosi in chiave ecologica».
Latisana, spirali salva-volatili sui cavi Enel
Luglio 2017
FONTE: Messaggero Veneto
LATISANA. Prenderà nei prossimi giorni il progetto sperimentale per la salvaguardia dei volatili. La società del Gruppo Enel per la gestione della rete elettrica avvierà infatti l’installazione di particolari spirali colorate che aumentando la visibilità dei cavi elettrici sono destinati ad evitare la collisione degli uccelli contro i cavi elettrici. In presenza di una brezza leggera le spirali vibreranno emettendo un leggero suono percettibile dai volatili, che tenderanno, quindi, a non avvicinarsi.
L’intervento interesserà circa un chilometro della linea a 20.000 volt gestita da e-distribuzione in località Bevazzana di Latisana. «Questo intervento è emblematico della fattiva collaborazione tra amministrazione comunale ed e-distribuzione - evidenziano il sindaco Daniele Galizio ed
il consigliere comunale con delega all’ambiente Filiberto Fantin - e soprattutto esprime e dà concretezza ad una comune sensibilità ambientale e all’impegno a ricercare e sperimentare soluzioni che riducono l’effetto delle necessità umane sull'ambiente e sulla vita delle specie animali».
FONTE: Messaggero Veneto
LATISANA. Prenderà nei prossimi giorni il progetto sperimentale per la salvaguardia dei volatili. La società del Gruppo Enel per la gestione della rete elettrica avvierà infatti l’installazione di particolari spirali colorate che aumentando la visibilità dei cavi elettrici sono destinati ad evitare la collisione degli uccelli contro i cavi elettrici. In presenza di una brezza leggera le spirali vibreranno emettendo un leggero suono percettibile dai volatili, che tenderanno, quindi, a non avvicinarsi.
L’intervento interesserà circa un chilometro della linea a 20.000 volt gestita da e-distribuzione in località Bevazzana di Latisana. «Questo intervento è emblematico della fattiva collaborazione tra amministrazione comunale ed e-distribuzione - evidenziano il sindaco Daniele Galizio ed
il consigliere comunale con delega all’ambiente Filiberto Fantin - e soprattutto esprime e dà concretezza ad una comune sensibilità ambientale e all’impegno a ricercare e sperimentare soluzioni che riducono l’effetto delle necessità umane sull'ambiente e sulla vita delle specie animali».
Tartaruga in strada salvata dalla Guardia di Finanza
Luglio 2107
SAN GIORGIO DI NOGARO. Una rara tartaruga autoctona (Emys Orbicularis) è stata salvata da una pattuglia dei Baschi Verdi della Guardia di Finanza di San Giorgio di Nogaro mentre stava attraversando una strada di Palazzolo dello Stella. L’esemplare, che non può vivere in cattività, è stato consegnato alla stazione forestale di San Giorgio di Nogaro che ha provveduto a liberarla nel biotopo delle sorgenti del Corno in comune di Gonars dove c’è una popolazione censita di tartarughe palustri friulane.
Il ritrovamento dell’animale è avvenuto sabato scorso, quando, durante un controllo di routine sul territorio della pattuglia della Gdf, uno dei militari ha visto l’animale sulla careggiata. La tartaruga rischiava di finire schiacciata dalle ruote di qualche macchina: si sono quindi fermati ed hanno bloccato il traffico per recuperarla. L’hanno portata in caserma, avvisando la forestale che ieri ha provveduto a recuperarla (è intervenuro il maresciallo Marco Di Luca) e quindi, come dicevamo, liberarla.
La tartaruga appartiene ad una specie protetta, è una femmina di giovane età (circa 8 anni, a fronte di una prospettiva di vita di 40 anni) ed è in ottime condizioni di salute. Ha un carapace lungo circa 25 centimetri, e si distingue dalle altre specie per le macchioline gialle che le ricoprono il corpo.
Generalmente vive in acqua (potrebbe provenire infatti, dallo Stella o da qualche affluente) ma si muove anche in zone palustri e terricole e non ha predatori. L’unico rischio è l’attraversamento delle strade a causa del transito delle macchine che la potrebbero schiacciare.
FONTE: Messaggero Veneto
SAN GIORGIO DI NOGARO. Una rara tartaruga autoctona (Emys Orbicularis) è stata salvata da una pattuglia dei Baschi Verdi della Guardia di Finanza di San Giorgio di Nogaro mentre stava attraversando una strada di Palazzolo dello Stella. L’esemplare, che non può vivere in cattività, è stato consegnato alla stazione forestale di San Giorgio di Nogaro che ha provveduto a liberarla nel biotopo delle sorgenti del Corno in comune di Gonars dove c’è una popolazione censita di tartarughe palustri friulane.
Il ritrovamento dell’animale è avvenuto sabato scorso, quando, durante un controllo di routine sul territorio della pattuglia della Gdf, uno dei militari ha visto l’animale sulla careggiata. La tartaruga rischiava di finire schiacciata dalle ruote di qualche macchina: si sono quindi fermati ed hanno bloccato il traffico per recuperarla. L’hanno portata in caserma, avvisando la forestale che ieri ha provveduto a recuperarla (è intervenuro il maresciallo Marco Di Luca) e quindi, come dicevamo, liberarla.
La tartaruga appartiene ad una specie protetta, è una femmina di giovane età (circa 8 anni, a fronte di una prospettiva di vita di 40 anni) ed è in ottime condizioni di salute. Ha un carapace lungo circa 25 centimetri, e si distingue dalle altre specie per le macchioline gialle che le ricoprono il corpo.
Generalmente vive in acqua (potrebbe provenire infatti, dallo Stella o da qualche affluente) ma si muove anche in zone palustri e terricole e non ha predatori. L’unico rischio è l’attraversamento delle strade a causa del transito delle macchine che la potrebbero schiacciare.
FONTE: Messaggero Veneto
La città di Udine perde 4mila metri quadri di bosco
Luglio 2017
«Necessario prevedere nuove piantumazioni»
300 alberi sacrificati fra cedri, abeti e acacie. In pratica quattromila metri quadrati di bosco abbattuto per l'edificazione del nuovo complesso ospedaliero nel polmone verde del Santa Maria della Misericordia.
Sarà spostato anche il corso del canale San Gottardo.
L’ingegner Ermes Greatti, direttore della struttura grandi opere, precisa che non si è distolta l’attenzione dalla preservazione del patrimonio faunistico.
«Necessario prevedere nuove piantumazioni»
Collare satellitare all'orso Eliseo delle Prealpi carniche.
Eliseo frequenta le stesse zone dell'orso biondo Francesco, proviene dal Trentino, anch'esso già monitorato.
La cattura è avvenuta con una gabbia a trappola (vedi video) nella notte tra il 22 e il 23 giugno ad opera dai ricercatori dell’università di Udine e dalle guardie forestali
L’animale è stato stato sedato, sottoposto ai prelievi di sangue, pesato e dotato di collare satellitare e ora viene monitorato dagli studiosi dell’ateneo friulano.
FONTE: Messaggero VenetoI consigli del naturalista Franco Perco sulla nidificazione dei cigni
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| FONTE: MESSAGGERO VENETO 27 APRILE 2017 |
I cigni covano le uova: «Lasciamoli in pace»
La coppia che ha nidificato nel Variola è già un’attrazione, appello ai curiosi degli animalisti
CERVIGNANO. Fotografie, riprese video e gli immancabili selfie. Tanti, troppi.
Lungo il canale Variola una coppia di cigni attende di dare il benvenuto alle uova, in procinto di schiudersi. I piccoli nasceranno tra qualche giorno, ma la famigliola di cigni è già famosa. Tanti cervignanesi, sicuramente mossi da buone intenzioni, si recano quotidianamente a far visita alla coppia. Mamma e papà, tuttavia, non gradiscono tutte queste attenzioni e il rischio è che decidano di allontanarsi. Il problema è stato segnalato, anche al Comune, da numerosi residenti: l’appello ai cittadini è di non esagerare con le visite e di restare a distanza. «Qualche giorno fa», racconta un cervignanese residente in zona, «due signore si sono avvicinate troppo alla coppia di cigni e il maschio è partito all’attacco. I cigni vanno lasciati tranquilli. Chiediamo ai cervignanesi di essere comprensivi in questo senso».
Fabio Perco, naturalista e direttore della Riserva Naturale Foce dell’Isonzo, spiega: «I cigni, nel periodo riproduttivo, sono molto territoriali. Specialmente gli individui di sesso maschile possono attaccare gli intrusi, uomini compresi, per difendere le uova o i piccoli appena nati. Questo è un comportamento che hanno anche nei confronti dei propri simili. I cigni usano le ali come fossero clave. Il becco, inoltre, essendo dotato di una serie di escrescenze cornee, simili a dentini, può provocare ferite. Per questioni di sicurezza è opportuno non avvicinarsi. Nel momento in cui attaccano è perchè si sentono disturbati. È importante, inoltre, non effettuare in prossimità del nido lavori di sfalcio o pulizia dei canali». (e.m.)
27 aprile 2017Da reato contravvenzionale a delitto. La conferenza Stato-Regioni ha dato via libera al Piano contro il bracconaggio
Aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto

Fonte: Messaggero Veneto

UDINE. Il via libera della Conferenza Stato-Regioni al Piano nazionale di attività anti-bracconaggio riapre una ferita mai arginata per i cacciatori Fvg. Nel documento si torna a parlare di uccellagione, prevedendo un inasprimento delle sanzioni: il reato, che oggi è contravvenzionale, potrebbe essere “elevato” domani a delitto, aumentando esponenzialmente le pene.
Non ci sta Paolo Viezzi, leader delle doppiette in regione, che rilancia: «Federcaccia Fvg è per la depenalizzazione e la riapertura dell’uccellagione». Poi precisa: «Non quella dei delinquenti, che usano la pratica venatoria senza scrupolo, come mezzo per far soldi, ma quella dei miei genitori e nonni, quella della tradizione friulana e della cultura della nostra terra.
Quella dello scrittore Amedeo Giacomini e del pittore goriziano Cesare Mocchiutti». Quella, insomma, che prima del 1992 – anno in cui la legge 157 sulla caccia ha proibito l’uccellagione – veniva largamente praticata non solo in Fvg, ma anche in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Evidenza positiva per Viezzi, di segno opposto per gli estensori – leggi Ispra – del Piano d’azione nazionale per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici che nelle 33 pagine del documento citano a più riprese il Friuli come esempio (negativo) di zona in cui ancora si pratica l’uccellagione. Tra settembre e gennaio e tra aprile e maggio con vischio, scacce, archetti, reti e lacci, per prendere uccelli migratori a fini gastronomici, di detenzione amatoriale o lucro.
Tra ottobre e gennaio con reti e richiami acustici in cerca di turdidi da impiegare poi come richiami da caccia o a fini di lucro. Il rischio è già oggi alto. Il reato è punito con «l’arresto fino a un anno – dice la legge – o l’ammenda da 1,5 a 4 milioni di lire». La 157 parla chiaro. L’uccellagione è vietata. Punita con la contravvenzione. Almeno fin qui perché come detto il Piano approvato di fresco opera un nuovo giro di vite prospettando importanti impegni di spesa per l’implementazione degli agenti, l’informatizzazione e il potenziamento degli strumenti di indagine.
Oltre come detto all’inasprimento delle pene, con una proposta di modifica normativa che trasformerebbe la contravvenzione in delitto.
L’ipotesi spinge Viezzi all’attacco. «Questo documento è una vergogna, perché non risponde a una reale esigenza di salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità ma solo a dare l’apparenza di una risposta, pur nella consapevolezza di buttar via soldi pubblici».
Ancora Viezzi: «Il tratteggiare l’uccellagione come il primo dei problemi conservazionistici è un’ipocrisia e ogni soldo speso per questo piano è il prezzo della risposta a troppi populismi. Nessun uccellatore – continua il leader di Federcaccia Fvg – potrebbe mai fare i danni di pesticidi e anticrittogamici. Né raggiungere i numeri di uccisione dei mezzi di circolazione, dell’inquinamento o delle altre attività antropiche. Mi chiedo dov’erano i rappresentanti delle Regioni Veneto, Fvg e Lombardia quando votavano questo malsano documento».
Reo – secondo il presidente di Federcaccia Fvg – di non operare distinguo, perché l’uccellagione friulana, lungi dall’essere – parola sua – la pratica violenta e irrispettosa della fauna e dell’ambiente descritta nel documento, assume per Viezzi contorni poetici.
Quelli descritti da Giacomini con parole e in natura con architetture del paesaggio come le bressane e i roccoli (a Montenars c’è quello di Pre Checo Placereani). «Prima del 1992 – continua Viezzi – la pratica era lecita e molto utilizzata in Friuli, specie nelle campagne, e non aveva alcunché di nocivo per la fauna selvatica. Era semmai un modo per procacciarsi il cibo, per acquisire e tramandare conoscenze. Il lucherino in gabbia era un compagno abituale di moltissime case e i bambini, grazie a nonni e genitori, distinguevano con facilità un passero da un tordo. Oggi invece...»
L'inurbamento dei gabbiani reali
Aprile 2017
Sale sul tetto di casa, ma è aggredito da alcuni gabbiani
Il naturalista: «Non è normale che nidifichino tra i camini»
GRADO. La scena ricorda vagamente quella del film "Gli uccelli", una nota pellicola del 1963, diretta da Alfred Hitchcock. Nel film i gabbiani, apparentemente senza motivo, attaccavano le persone. In questo caso il motivo c'è.
É successo ieri pomeriggio, in un condominio di Grado Pineta, non distante dal centro. Protagonista dell'insolito episodio un malcapitato residente, che si era recato sul tetto per sistemare l'antenna. Doveva essere un intervento di routine e, invece, si è trasformato in un pomeriggio da dimenticare. Il gradese, una volta raggiunto il tetto del condominio, è stato aggredito all'improvviso da alcuni gabbiani, che avevano fatto il nido proprio su quel tetto, non distante dall'antenna.
Come succede in natura, gli animali hanno difeso la prole da un eventuale attacco e sono riusciti a cacciare l'invasore, che, una volta sceso dal tetto, ha chiamato i vigili del fuoco. Per fortuna l'uomo, fuggito appena in tempo, non ha riportato ferite.
Fabio Perco, naturalista e responsabile della Riserva Naturale Foce dell'Isonzo, stazione biologica Isola della Cona, analizza l'accaduto. «E' assolutamente normale che i gabbiani, che sono animali relativamente aggressivi, difendano con una certa energia il loro nido.
Quello che non è normale, invece, e può essere considerato un fenomeno che, in questi ultimi 20 anni, è incrementato in modo preoccupante, soprattutto a Grado e a Trieste, è l'inurbamento di gabbiani reali, che nidificano anche sui tetti delle abitazioni. Con il passare del tempo, è diminuito sempre più il timore nei confronti della presenza dell'uomo.
Una mia parente, tanto per citare un fatto accaduto recentemente, a Trieste, in Viale XX Settembre, stava passeggiando con in mano una pizzetta. A un certo punto, un gabbiano le ha letteralmente strappato la pizza dalle mani. Un tempo non sarebbe mai accaduta una cosa simile».
Secondo l'esperto il problema è il delicato equilibrio tra il rispetto degli animali selvatici e la convivenza con l'uomo, non sempre facile. «Il rischio - commenta Perco - è che queste specie animali diventino sempre più invadenti e anche potenzialmente, seppure in modo moderato, pericolose. In certe situazioni gli animali selvatici possono arrivare ad attaccare le persone.
I gabbiani reali hanno
una certa mole e sono anche predatori. Una beccata in una parte sensibile può essere non solo dolorosa ma anche estremamente problematica. In presenza di cuccioli, come in questo caso, esercitano il massimo dell'aggressività, come moltissime altre specie animali. Fare attenzione è d'obbligo».
22 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Sale sul tetto di casa, ma è aggredito da alcuni gabbiani
Il naturalista: «Non è normale che nidifichino tra i camini»
GRADO. La scena ricorda vagamente quella del film "Gli uccelli", una nota pellicola del 1963, diretta da Alfred Hitchcock. Nel film i gabbiani, apparentemente senza motivo, attaccavano le persone. In questo caso il motivo c'è.
É successo ieri pomeriggio, in un condominio di Grado Pineta, non distante dal centro. Protagonista dell'insolito episodio un malcapitato residente, che si era recato sul tetto per sistemare l'antenna. Doveva essere un intervento di routine e, invece, si è trasformato in un pomeriggio da dimenticare. Il gradese, una volta raggiunto il tetto del condominio, è stato aggredito all'improvviso da alcuni gabbiani, che avevano fatto il nido proprio su quel tetto, non distante dall'antenna.
Come succede in natura, gli animali hanno difeso la prole da un eventuale attacco e sono riusciti a cacciare l'invasore, che, una volta sceso dal tetto, ha chiamato i vigili del fuoco. Per fortuna l'uomo, fuggito appena in tempo, non ha riportato ferite.
Fabio Perco, naturalista e responsabile della Riserva Naturale Foce dell'Isonzo, stazione biologica Isola della Cona, analizza l'accaduto. «E' assolutamente normale che i gabbiani, che sono animali relativamente aggressivi, difendano con una certa energia il loro nido.
Quello che non è normale, invece, e può essere considerato un fenomeno che, in questi ultimi 20 anni, è incrementato in modo preoccupante, soprattutto a Grado e a Trieste, è l'inurbamento di gabbiani reali, che nidificano anche sui tetti delle abitazioni. Con il passare del tempo, è diminuito sempre più il timore nei confronti della presenza dell'uomo.
Una mia parente, tanto per citare un fatto accaduto recentemente, a Trieste, in Viale XX Settembre, stava passeggiando con in mano una pizzetta. A un certo punto, un gabbiano le ha letteralmente strappato la pizza dalle mani. Un tempo non sarebbe mai accaduta una cosa simile».
Secondo l'esperto il problema è il delicato equilibrio tra il rispetto degli animali selvatici e la convivenza con l'uomo, non sempre facile. «Il rischio - commenta Perco - è che queste specie animali diventino sempre più invadenti e anche potenzialmente, seppure in modo moderato, pericolose. In certe situazioni gli animali selvatici possono arrivare ad attaccare le persone.
I gabbiani reali hanno
una certa mole e sono anche predatori. Una beccata in una parte sensibile può essere non solo dolorosa ma anche estremamente problematica. In presenza di cuccioli, come in questo caso, esercitano il massimo dell'aggressività, come moltissime altre specie animali. Fare attenzione è d'obbligo».
22 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
L'ibis "Theo" ritorna in Austria passando dal Friuli
Aprile 2017
A Forni di Sopra è arrivato “Theo”, l’ibis eremita
FORNI DI SOPRA. Freddo e maltempo anche a Forni di Sopra, dove martedì 18 aprile, dopo il passaggio di una perturbazione, alcuni uccelli si sono levati in volo ai primi timidi raggi di sole.
Con stupore però, nella zona sportiva di Davòst, è stato notato un grande volatile nero, alquanto insolito da queste parti, rilevatosi essere poi un raro ibis eremita.
A Forni di Sopra è arrivato "Theo", l'ibis eremita
Nella zona sportiva di Davòst, è stato notato un grande volatile nero, alquanto insolito da queste parti, rilevatosi essere poi un raro ibis eremita. Si è posato su un prato dove era passato da poco un mezzo articolato che aveva lasciato tracce sull’erba. Una ghiotta occasione per questo uccello, che si ciba essenzialmente di piccoli insetti e di vermi. La pioggia e la neve infatti avevano inzuppato il terreno, e i vermi sottoterra scavavano galleria verso l’alto per uscire dalla trappola d’acqua e fango. Qui però ad attenderli vi era l’ibis. Poi, disturbato da alcuni corvi, si è alzato in volo (video Petrussi).
Si è posato su un prato dove era passato da poco un mezzo articolato che aveva lasciato tracce sull’erba. Una ghiotta occasione per questo uccello, che si ciba essenzialmente di piccoli insetti e di vermi.
La pioggia e la neve infatti avevano inzuppato il terreno, e i vermi sottoterra scavavano galleria verso l’alto per uscire dalla trappola d’acqua e fango. Qui però ad attenderli vi era l’ibis. Non sono mancate foto e video, cui il volatile non si è sottratto.
Poi, disturbato da alcuni corvi, si è alzato in volo. Abbiamo contattato l’Oasi di Quadris di Fagagna, dove questo animale, che nei secoli passati era facile osservare in Europa, ora è protetto tramite un particolare progetto. L’ibis è un uccello molto socievole, abituato alla presenza umana.
I responsabili dell’oasi avvertono di non dargli da mangiare, in particolare farinacei, pane e simili, che possono farlo ammalare. In particolare consigliano di non farli avvicinare da cani, che potrebbero facilmente ucciderli.
Questi uccelli un tempo erano presenti in massa in Europa, che abbandonavano d’inverno per l’Africa. Da alcuni decenni in tutto il continente sono nati progetti per la loro reintroduzione.
Da Fagagna spiegano che gli ibis sono riconoscibili dagli anelli applicati nelle oasi: bianchi con spirale rossa o neri con spirale azzurra quelli dell’oasi di Quadris, mentre l’ibis trovato a Forni di Sopra aveva due anelli, uno per zampa.
Si tratta di un esemplare dell’oasi austriaca di Burghausen, dove l’animale si sta recando dopo aver svernato nell’oasi di Orbetello. Il volatile, che è seguito grazie a un Gps, si chiama “Theo”, riconoscibile dall’anello numerato 115.
È un maschio di due anni che da qualche settimana si trova nell’alta val Tagliamento. Si raccomanda di non disturbarlo, anche se si lascia avvicinare. Lo scorso anno ben 5 di questi rarissimi uccelli dell’oasi austriaca, sono stati abbattuti da bracconieri in alcune regioni italiane, ma non in Friuli Venezia Giulia.
19 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
A Forni di Sopra è arrivato “Theo”, l’ibis eremita
FORNI DI SOPRA. Freddo e maltempo anche a Forni di Sopra, dove martedì 18 aprile, dopo il passaggio di una perturbazione, alcuni uccelli si sono levati in volo ai primi timidi raggi di sole.
Con stupore però, nella zona sportiva di Davòst, è stato notato un grande volatile nero, alquanto insolito da queste parti, rilevatosi essere poi un raro ibis eremita.
A Forni di Sopra è arrivato "Theo", l'ibis eremita
Nella zona sportiva di Davòst, è stato notato un grande volatile nero, alquanto insolito da queste parti, rilevatosi essere poi un raro ibis eremita. Si è posato su un prato dove era passato da poco un mezzo articolato che aveva lasciato tracce sull’erba. Una ghiotta occasione per questo uccello, che si ciba essenzialmente di piccoli insetti e di vermi. La pioggia e la neve infatti avevano inzuppato il terreno, e i vermi sottoterra scavavano galleria verso l’alto per uscire dalla trappola d’acqua e fango. Qui però ad attenderli vi era l’ibis. Poi, disturbato da alcuni corvi, si è alzato in volo (video Petrussi).
Si è posato su un prato dove era passato da poco un mezzo articolato che aveva lasciato tracce sull’erba. Una ghiotta occasione per questo uccello, che si ciba essenzialmente di piccoli insetti e di vermi.
La pioggia e la neve infatti avevano inzuppato il terreno, e i vermi sottoterra scavavano galleria verso l’alto per uscire dalla trappola d’acqua e fango. Qui però ad attenderli vi era l’ibis. Non sono mancate foto e video, cui il volatile non si è sottratto.
Poi, disturbato da alcuni corvi, si è alzato in volo. Abbiamo contattato l’Oasi di Quadris di Fagagna, dove questo animale, che nei secoli passati era facile osservare in Europa, ora è protetto tramite un particolare progetto. L’ibis è un uccello molto socievole, abituato alla presenza umana.
I responsabili dell’oasi avvertono di non dargli da mangiare, in particolare farinacei, pane e simili, che possono farlo ammalare. In particolare consigliano di non farli avvicinare da cani, che potrebbero facilmente ucciderli.
Questi uccelli un tempo erano presenti in massa in Europa, che abbandonavano d’inverno per l’Africa. Da alcuni decenni in tutto il continente sono nati progetti per la loro reintroduzione.
Da Fagagna spiegano che gli ibis sono riconoscibili dagli anelli applicati nelle oasi: bianchi con spirale rossa o neri con spirale azzurra quelli dell’oasi di Quadris, mentre l’ibis trovato a Forni di Sopra aveva due anelli, uno per zampa.
Si tratta di un esemplare dell’oasi austriaca di Burghausen, dove l’animale si sta recando dopo aver svernato nell’oasi di Orbetello. Il volatile, che è seguito grazie a un Gps, si chiama “Theo”, riconoscibile dall’anello numerato 115.
È un maschio di due anni che da qualche settimana si trova nell’alta val Tagliamento. Si raccomanda di non disturbarlo, anche se si lascia avvicinare. Lo scorso anno ben 5 di questi rarissimi uccelli dell’oasi austriaca, sono stati abbattuti da bracconieri in alcune regioni italiane, ma non in Friuli Venezia Giulia.
19 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Dissuasori ottici e acustici nelle strade per evitare le stragi di caprioli
Aprile 2017
Attraversa la 352 ad Aquileia: un altro capriolo investito da un’auto
AQUILEIA. É strage di caprioli lungo la regionale 352, all'altezza del Comune di Aquileia. Un altro animale è deceduto dopo essere stato investito da un'automobile. I cittadini, ma anche le associazioni animaliste, chiedono di intervenire.
A Cervignano il problema è stato risolto grazie all'installazione di 600 dissuasori ottici e acustici, dispositivi che frenano il passaggio degli animali in concomitanza con il transito dei mezzi, nei punti più critici della viabilità locale, quelli maggiormente interessati dagli impatti tra ungulati e veicoli. In alcuni punti, inoltre, sono stati collocati cartelli stradali che indicano il pericolo rappresentato dall'attraversamento degli animali.
Le zone individuate per il posizionamento dei dissuasori sono: lungo la bretella a ovest dello scalo ferroviario, dalla rotatoria a nord della frazione di Strassoldo fino alla rotatoria a confine con il Comune di Terzo di Aquileia, lungo la provinciale 68, in via Carso, nella frazione di Scodovacca, lungo la provinciale 54, in via Fredda, sempre a Scodovacca, lungo
la regionale 351, dall'incrocio tra via Fredda verso Cervignano, e nel tratto lungo la regionale 352 che va dalla rotatoria sulla provinciale 108 alla rotatoria della variante alla regionale 352.
L'obiettivo, per il futuro, è estendere il progetto anche negli altri Comuni.
19 aprile 2017
Attraversa la 352 ad Aquileia: un altro capriolo investito da un’auto
AQUILEIA. É strage di caprioli lungo la regionale 352, all'altezza del Comune di Aquileia. Un altro animale è deceduto dopo essere stato investito da un'automobile. I cittadini, ma anche le associazioni animaliste, chiedono di intervenire.
A Cervignano il problema è stato risolto grazie all'installazione di 600 dissuasori ottici e acustici, dispositivi che frenano il passaggio degli animali in concomitanza con il transito dei mezzi, nei punti più critici della viabilità locale, quelli maggiormente interessati dagli impatti tra ungulati e veicoli. In alcuni punti, inoltre, sono stati collocati cartelli stradali che indicano il pericolo rappresentato dall'attraversamento degli animali.
Le zone individuate per il posizionamento dei dissuasori sono: lungo la bretella a ovest dello scalo ferroviario, dalla rotatoria a nord della frazione di Strassoldo fino alla rotatoria a confine con il Comune di Terzo di Aquileia, lungo la provinciale 68, in via Carso, nella frazione di Scodovacca, lungo la provinciale 54, in via Fredda, sempre a Scodovacca, lungo
la regionale 351, dall'incrocio tra via Fredda verso Cervignano, e nel tratto lungo la regionale 352 che va dalla rotatoria sulla provinciale 108 alla rotatoria della variante alla regionale 352.
L'obiettivo, per il futuro, è estendere il progetto anche negli altri Comuni.
19 aprile 2017
Capriolo travolto da una vettura: arrivano i carabinieri
TORVISCOSA. Un capriolo è stato travolto e ucciso da un automobilista croato in una strada del comune di Torviscosa. Un incidente per il quale ha dovuto sottoscrivere una constatazione dell’avvenuto con i carabinieri di Cervignano. L’investimento si è verificato nel tardo pomeriggio di venerdì, quando l’animale avrebbe attraversato la strada proprio mentre stava sopraggiungendo la vettura del cittadino croato. Dall’impatto il capriolo è rimasto ucciso, per cui i carabinieri che erano in zona hanno dovuto procedere con i rilievi.
Fatti analoghi succedono di frequente nella cittadina della Bassa che ha un grande territorio agricolo dove la selvaggina ha trovato un habitat eccellente. Succede però spesso che durante gli attraversamenti delle strade (in particolare sulla regionale 14) abbiano la peggio. (f.a.)
09 aprile 2017
In primavera Bianca ritorna da Franco Picotti
Aprile 2017
La rondine torna ogni anno e si ferma in cucina: l’insolita amicizia tra Franco e Bianca
Da tre anni la “magia” si ripete in primavera ad Attimis. L’ottantenne ha chiamato il volatile come la moglie
ATTIMIS. A volte la realtà sa scrivere storie così belle da fare concorrenza alla poesia. Una favola sull’amicizia quella che lega, da ormai tre anni, un anziano a una rondine che torna ogni primavera.
La rondine torna ogni anno a casa Picotti
Dal 2015 la “magia” si ripete in primavera, ad Attimis. E' una favola sull’amicizia quella che lega un anziano a una rondine. Franco Picotti, ottantenne, ha chiamato il volatile come la moglie Bianca, persa appena l'anno prima (video di Barbara Cimbaro).
La prima volta che la rondine è arrivata a casa di Franco Picotti, in una borgata di Attimis che sorge al limitare del bosco, era il 2015.
Franco, 80 anni, aveva perso la moglie Bianca appena l’anno prima. La signora amava molto le rondini e, in giardino, aveva adottato degli accorgimenti per agevolarle nel costruirsi il nido.
Con un ricordo commosso, al suo funerale era stata letta la poesia “La sisilute”. Ma nella primavera successiva, nella casa di Attimis, il nuovo arrivo: la rondine, invece che nel nido, ha scelto di dormire in cucina, facendo compagnia a Franco di sera e allietandolo con il suo canto ogni mattina: con un pensiero pieno d’affetto l’80enne l’ha chiamata Bianca, come la moglie. «È stata mandata da qualcuno», ci ha detto Franco, semplicemente.
Da tre anni la rondine segue una routine consolidata, torna a casa sempre verso le 19: Franco cerca di esserci, per poterle aprire la porta. La rondine vola sopra un piatto da parete o su un orologio a muro e lì passa la notte, dormendo. «La mattina, se non sono già sveglio», racconta Franco, «bussa con il becco alla porta della camera per farsi aprire e poter uscire».
Una rondine puntuale: anche se la porta è aperta non si muove, fino alle sette dell’ora solare. A mezzogiorno la piccola Bianca torna a casa, ma è solo la sera che rientra veramente.
L’amicizia con una rondine potrebbe sembrare difficile rispetto a quella con un altro animale domestico, la piccola Bianca però, nel tempo, ha capito come dimostrare a Franco il suo affetto. «Quando faccio ginnastica», racconta l’uomo, ex podista, «cerca quasi di imitarmi con le ali».
Gli fa compagnia anche volando nei paraggi quando lui lavora l’orto. Franco riesce anche a giocarci con il volatile: lui allarga le braccia mentre la rondine si diverte a volargli sotto. «Ho capito come avvicinarla senza farle paura».
La vicinanza con questa e con le rondini che nidificano in zona (ce ne sono diverse) ha permesso a Franco di osservarne le abitudini, restando meravigliato, ad esempio, dal loro grande senso dell’orientamento. «È bellissimo vederle fare il nido, c’è un coordinamento straordinario».
Quest’anno Franco ha anche preparato un po’ di fango per aiutare le rondini a fare il nido. La piccola Bianca arriva puntuale in primavera ed è sempre l’ultima tra i suoi simili ad andare via, in autunno. Negli ultimi due anni è arrivata con un compagno e l’anno scorso ha avuto anche due bellissimi piccoli.
15 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
La rondine torna ogni anno e si ferma in cucina: l’insolita amicizia tra Franco e Bianca
Da tre anni la “magia” si ripete in primavera ad Attimis. L’ottantenne ha chiamato il volatile come la moglie
ATTIMIS. A volte la realtà sa scrivere storie così belle da fare concorrenza alla poesia. Una favola sull’amicizia quella che lega, da ormai tre anni, un anziano a una rondine che torna ogni primavera.
La rondine torna ogni anno a casa Picotti
Dal 2015 la “magia” si ripete in primavera, ad Attimis. E' una favola sull’amicizia quella che lega un anziano a una rondine. Franco Picotti, ottantenne, ha chiamato il volatile come la moglie Bianca, persa appena l'anno prima (video di Barbara Cimbaro).
La prima volta che la rondine è arrivata a casa di Franco Picotti, in una borgata di Attimis che sorge al limitare del bosco, era il 2015.
Franco, 80 anni, aveva perso la moglie Bianca appena l’anno prima. La signora amava molto le rondini e, in giardino, aveva adottato degli accorgimenti per agevolarle nel costruirsi il nido.
Con un ricordo commosso, al suo funerale era stata letta la poesia “La sisilute”. Ma nella primavera successiva, nella casa di Attimis, il nuovo arrivo: la rondine, invece che nel nido, ha scelto di dormire in cucina, facendo compagnia a Franco di sera e allietandolo con il suo canto ogni mattina: con un pensiero pieno d’affetto l’80enne l’ha chiamata Bianca, come la moglie. «È stata mandata da qualcuno», ci ha detto Franco, semplicemente.
Da tre anni la rondine segue una routine consolidata, torna a casa sempre verso le 19: Franco cerca di esserci, per poterle aprire la porta. La rondine vola sopra un piatto da parete o su un orologio a muro e lì passa la notte, dormendo. «La mattina, se non sono già sveglio», racconta Franco, «bussa con il becco alla porta della camera per farsi aprire e poter uscire».
Una rondine puntuale: anche se la porta è aperta non si muove, fino alle sette dell’ora solare. A mezzogiorno la piccola Bianca torna a casa, ma è solo la sera che rientra veramente.
L’amicizia con una rondine potrebbe sembrare difficile rispetto a quella con un altro animale domestico, la piccola Bianca però, nel tempo, ha capito come dimostrare a Franco il suo affetto. «Quando faccio ginnastica», racconta l’uomo, ex podista, «cerca quasi di imitarmi con le ali».
Gli fa compagnia anche volando nei paraggi quando lui lavora l’orto. Franco riesce anche a giocarci con il volatile: lui allarga le braccia mentre la rondine si diverte a volargli sotto. «Ho capito come avvicinarla senza farle paura».
La vicinanza con questa e con le rondini che nidificano in zona (ce ne sono diverse) ha permesso a Franco di osservarne le abitudini, restando meravigliato, ad esempio, dal loro grande senso dell’orientamento. «È bellissimo vederle fare il nido, c’è un coordinamento straordinario».
Quest’anno Franco ha anche preparato un po’ di fango per aiutare le rondini a fare il nido. La piccola Bianca arriva puntuale in primavera ed è sempre l’ultima tra i suoi simili ad andare via, in autunno. Negli ultimi due anni è arrivata con un compagno e l’anno scorso ha avuto anche due bellissimi piccoli.
15 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
I diabolici meccanismi dei canali Giavons e Ledra fanno stragi di animali
Aprile 2017
Cadono nei canali, strage di caprioli a Rive d'Arcano
Solo negli ultimi sette giorni negli sgrigliatori della centrale idroelettrica sono finiti cinque animali
RIVE D’ARCANO. I canali Giavons e Ledra che attraversano il territorio comunale di Rive d’Arcano hanno fatto ancora una volta le loro vittime.
Solo nell’ultima settimana la vigilanza venatoria e il corpo di Polizia regionale hanno recuperato ben cinque caprioli maschi, mutilati e agonizzanti a causa delle lesioni provocate agli arti dagli sgrigliatori posti poco prima delle centrali idroelettriche.
Gli animali caduti nei canali artificiali che portano l’acqua alle centrali idroelettriche finisconono infatti nelle strutture dotate di gradi lame che puliscono l’acqua da rovi, arbusti o altro.
E sono proprio queste lame a tagliare gli arti, arrecando grandi ferite, alle povere bestiole (non solo caprioli ma anche lepri) finite in acqua.
Marco Viezzi, direttore responsabile della riserva di caccia di Rive D’Arcano denuncia il fatto e spiega cosa accade: «I caprioli sono abili nuotatori, quindi non muoiono per annegamento ma vengono mutilati dal grigliatore.
Le povere bestie vanno a finire quindi vive nel cassone di recupero insieme ai detriti: da immaginare la loro sofferenza fino a quando – aggiunge Viezzi - non vengono recuperate».
É il periodo primaverile in cui il maschio del capriolo, nella fase di ricerca territoriale, entra nelle acque dei canali artificiali per attraversarli perchè questi non vengono considerati un ostacolo.
Pur essendo abili nuotatori, gli argini ripidi e verticali ne impediscono l’uscita; stremati, i caprioli nuotano fino agli sgrigliatori, dove le lame utilizzate per la pulizia delle acque, come dicevamo, provocano terribili mutilazioni agli arti.
Importanti sono stati gli interventi messi in atto negli Anni novanta. Infatti grazie all’interessamento del “Consorzio Ledra-Tagliamento” è stato possibile installare delle recinzioni in brevi tratti dei canali “Ledra” e “Giavons”. Recinzioni costantemente controllate e pulite dai soci volontari della Riserva di caccia di Rive d’Arcano.
L’opera di completamento delle recinzioni è a tutt’oggi «impossibile da affrontare per le casse economiche della locale Riserva - aggiunge Viezzi - per evitare questa terribile mattanza che va avanti da anni con
decine di caprioli morti».
Viezzi si augura quindi che ci sia l’interessamento di qualche ente affinchè vengano realizzate le opere di recinzione in gran parte del percorso dei due canali, per evitare così che caprioli e anche lepri finiscano in acqua e vengano uccisi dagli sgrigliatori.
13 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Cadono nei canali, strage di caprioli a Rive d'Arcano
Solo negli ultimi sette giorni negli sgrigliatori della centrale idroelettrica sono finiti cinque animali
RIVE D’ARCANO. I canali Giavons e Ledra che attraversano il territorio comunale di Rive d’Arcano hanno fatto ancora una volta le loro vittime.
Solo nell’ultima settimana la vigilanza venatoria e il corpo di Polizia regionale hanno recuperato ben cinque caprioli maschi, mutilati e agonizzanti a causa delle lesioni provocate agli arti dagli sgrigliatori posti poco prima delle centrali idroelettriche.
Gli animali caduti nei canali artificiali che portano l’acqua alle centrali idroelettriche finisconono infatti nelle strutture dotate di gradi lame che puliscono l’acqua da rovi, arbusti o altro.
E sono proprio queste lame a tagliare gli arti, arrecando grandi ferite, alle povere bestiole (non solo caprioli ma anche lepri) finite in acqua.
Marco Viezzi, direttore responsabile della riserva di caccia di Rive D’Arcano denuncia il fatto e spiega cosa accade: «I caprioli sono abili nuotatori, quindi non muoiono per annegamento ma vengono mutilati dal grigliatore.
Le povere bestie vanno a finire quindi vive nel cassone di recupero insieme ai detriti: da immaginare la loro sofferenza fino a quando – aggiunge Viezzi - non vengono recuperate».
É il periodo primaverile in cui il maschio del capriolo, nella fase di ricerca territoriale, entra nelle acque dei canali artificiali per attraversarli perchè questi non vengono considerati un ostacolo.
Pur essendo abili nuotatori, gli argini ripidi e verticali ne impediscono l’uscita; stremati, i caprioli nuotano fino agli sgrigliatori, dove le lame utilizzate per la pulizia delle acque, come dicevamo, provocano terribili mutilazioni agli arti.
Importanti sono stati gli interventi messi in atto negli Anni novanta. Infatti grazie all’interessamento del “Consorzio Ledra-Tagliamento” è stato possibile installare delle recinzioni in brevi tratti dei canali “Ledra” e “Giavons”. Recinzioni costantemente controllate e pulite dai soci volontari della Riserva di caccia di Rive d’Arcano.
L’opera di completamento delle recinzioni è a tutt’oggi «impossibile da affrontare per le casse economiche della locale Riserva - aggiunge Viezzi - per evitare questa terribile mattanza che va avanti da anni con
decine di caprioli morti».
Viezzi si augura quindi che ci sia l’interessamento di qualche ente affinchè vengano realizzate le opere di recinzione in gran parte del percorso dei due canali, per evitare così che caprioli e anche lepri finiscano in acqua e vengano uccisi dagli sgrigliatori.
13 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Cronaca di una morte annunciata. Morto "Ciccio" il cervo di Paluzza
Aprile 2017
11 aprile 2017
Fonte: Messaggero Veneto
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| MESSAGGERO VENETO 21 APRILE 2017 |
Morto investito da un’auto il cervo “amico” di Paluzza
L’incidente è accaduto domenica sera e non ha lasciato scampo a “Ciccio” L’animale era diventato una presenza fissa negli orti e nei giardini dei residenti
PALUZZA. Si è conclusa, tristemente, la convivenza del fusone Ciccio con gli abitanti di Paluzza. Domenica sera, poco dopo le 21, la sua esperienza con l’uomo è finita nel modo più drammaticotriste: contro un’automobile. Ciccio, il cervo che da due anni aveva stabilito la sua residenza a Casteons, fra orti e cortili delle case, è rimasto vittima di un’investimento stradale, colpito in pieno dalla Fiat Panda condotta da un anziano del paese, a Enfretors. Nell’impatto l’ungulato è deceduto all’istante, mentre nonostante gli ingenti danni al veicolo il conducente è uscito illeso.
In tanti, in paese, hanno accolto con sgomento e commozione il decesso di Ciccio, ma non sono mancate nemmeno le lamentele per come è stata condotta la vicenda. Un anno fa il cervo si impigliò con le corna in un’inferriata, senza riuscire a liberarsi. Solo con l’intervento dei veterinari e di uomini del corpo regionale forestale si era riusciti a liberare l’animale, sedandolo, prima del trasporto in un’oasi ai piedi del rifugio Marinelli. Durante l’inverno, però, Ciccio dimostrò di essere più affezionato agli umani che ai suoi 150 simili sui monti delle Alpi carniche, ed è riapparso nella zona dei Laghetti di Timau. Da qui è ulteriormente sceso sino a ritornare a Paluzza, dove girovagava libero e felice fra le colture e le abitazioni. In molti si chiedono del perché non si siano presi provvedimenti, per la salvaguardia dell’animale e anche degli uomini, riportando il cervo in una zona più adatta alla selvaggina, magari su montagne più distanti. Domenica sera, invece, il triste epilogo: nascosto dal buio Ciccio ha attraversato la strada, a Enfretors, mentre stava sopraggiungendo l’automobile. Forse è sbucato di colpo, forse è stato abbagliato dai fanali, ed è stato travolto. la carcassa del giovane cervo è stata recuperata dagli uomini della forestale, che hanno avvisato gli addetti al recupero della fauna selvatica morta. Anche gli uomini della forestale locale si sono detti dispiaciuti della sorte toccata a Ciccio, anche se non possono affermare con certezza assoluta che si tratti del “loro” cervo, in quanto la fauna selvatica non è soggetta a segni di riconoscimento.
La zona dove è avvenuto l’incidente, sulla statale che porta al valico confinario con l’Austria, fa registrare una decina di investimenti di fauna selvatica ogni anno. La ricomparsa del fusone era stata comunque già segnalata, sin dalla notizia che Ciccio era rientrato a Paluzza, all’Ispra di Bologna, ente che deve dare l’autorizzazione alla cattura e trasferimento della fauna selvatica, ma la risposta non è ancora pervenuta agli addetti per l’eventuale, ma oramai inutile, recupero. Con molta probabilità Ciccio sarà ora destinato a diventare il pasto degli avvoltoi di Cornino, mentre i danni all’automobile saranno sanati, dietro richiesta, dallo speciale fondo messo a disposizione dalla Regione per questo tipo di incidenti.
Fonte: Messaggero Veneto
L'orso distrugge le arnie. Il danneggiato verrà risarcito
Aprile 2017
Orso a caccia di miele distrugge le arnie nel bosco di borgo Faris
L’animale è la prima volta che fa danni in questa zona. Forse non è lo stesso plantigrado visto nella bassa val Tagliamento
ATTIMIS. Risale con ogni probabilità alla notte tra venerdì e sabato il passaggio dell’orso, con il ribaltamento di diverse arnie, in una zona boscosa e isolata, posta a monte di borgo Faris ad Attimis, nella direzione di Zuc Peschiaris.
Se è la prima volta che si registrano danni procurati dal plantigrado nell’Attimense, non è invece un fatto del tutto insolito che l’orso danneggi le arnie, attirato dal loro contenuto. In passato, però, i fatti di questo tipo si erano registrati ben più a monte, nella zona, comunque non lontana, del Taipanese.
Dell’accaduto è stata informata la stazione della guardia forestale di Attimis, che ha conseguentemente effettuato in questi giorni tutti i rilievi del caso.
Sul posto è stata infatti individuata un'impronta dell'orso e anche ritrovata una “fatta” che potrà fornire importanti indizi, agli uomini del corpo forestale regionale, per capire di quale orso si tratti e se sia già conosciuto o meno. Attualmente in regione si muove, infatti, un unico orso radiocollarato, presente nella zona della bassa val Tagliamento.
Pare molto improbabile, quindi, che possa trattarsi dello stesso animale, anche se per una pronuncia definitiva bisognerà attendere tutte le verifiche del caso.
L’orso, va spiegato ancora, è già stato avvistato altre volte in quest’area, le segnalazioni ci sono state infatti dalla pedemontana in poi.
L’area delle Farcadizze, da Canebola verso la zona di Pulfero, che, in linea d’aria, non è così distante dal punto dove è avvenuto il danneggiamento delle arnie, è in particolare frequentata con una certa regolarità dall’orso.
Usciti dal letargo, gli orsi in questo periodo sono però abbastanza mobili ed è più facile avvistarli rispetto a quanto accade in altri periodi.
La presenza dell’orso, va detto, non desta solitamente preoccupazioni o alcun disagio, poiché il plantigrado non attacca l’uomo, anzi abitualmente se ne allontana o se ne tiene ben distante. Anche le predazioni, infatti, avvengono solitamente di notte e in zone isolate. Per quanto accaduto ad Attimis, prevedibilmente questo fatto seguirà l’iter di altri casi analoghi: fatte tutte le verifiche del caso, il danno viene accertato, imputato alla specie e il danneggiato ha diritto a un risarcimento.
Può essere utile segnalare che l’amministrazione regionale, con il servizio biodiversità, oltre a riconoscere l’indennizzo dei danni per chi li subisse, attualmente mette a disposizione di chi ne avesse la necessità anche dei contributi per dispositivi di prevenzione.
27 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Orso a caccia di miele distrugge le arnie nel bosco di borgo Faris
L’animale è la prima volta che fa danni in questa zona. Forse non è lo stesso plantigrado visto nella bassa val Tagliamento
ATTIMIS. Risale con ogni probabilità alla notte tra venerdì e sabato il passaggio dell’orso, con il ribaltamento di diverse arnie, in una zona boscosa e isolata, posta a monte di borgo Faris ad Attimis, nella direzione di Zuc Peschiaris.
Se è la prima volta che si registrano danni procurati dal plantigrado nell’Attimense, non è invece un fatto del tutto insolito che l’orso danneggi le arnie, attirato dal loro contenuto. In passato, però, i fatti di questo tipo si erano registrati ben più a monte, nella zona, comunque non lontana, del Taipanese.
Dell’accaduto è stata informata la stazione della guardia forestale di Attimis, che ha conseguentemente effettuato in questi giorni tutti i rilievi del caso.
Sul posto è stata infatti individuata un'impronta dell'orso e anche ritrovata una “fatta” che potrà fornire importanti indizi, agli uomini del corpo forestale regionale, per capire di quale orso si tratti e se sia già conosciuto o meno. Attualmente in regione si muove, infatti, un unico orso radiocollarato, presente nella zona della bassa val Tagliamento.
Pare molto improbabile, quindi, che possa trattarsi dello stesso animale, anche se per una pronuncia definitiva bisognerà attendere tutte le verifiche del caso.
L’orso, va spiegato ancora, è già stato avvistato altre volte in quest’area, le segnalazioni ci sono state infatti dalla pedemontana in poi.
L’area delle Farcadizze, da Canebola verso la zona di Pulfero, che, in linea d’aria, non è così distante dal punto dove è avvenuto il danneggiamento delle arnie, è in particolare frequentata con una certa regolarità dall’orso.
Usciti dal letargo, gli orsi in questo periodo sono però abbastanza mobili ed è più facile avvistarli rispetto a quanto accade in altri periodi.
La presenza dell’orso, va detto, non desta solitamente preoccupazioni o alcun disagio, poiché il plantigrado non attacca l’uomo, anzi abitualmente se ne allontana o se ne tiene ben distante. Anche le predazioni, infatti, avvengono solitamente di notte e in zone isolate. Per quanto accaduto ad Attimis, prevedibilmente questo fatto seguirà l’iter di altri casi analoghi: fatte tutte le verifiche del caso, il danno viene accertato, imputato alla specie e il danneggiato ha diritto a un risarcimento.
Può essere utile segnalare che l’amministrazione regionale, con il servizio biodiversità, oltre a riconoscere l’indennizzo dei danni per chi li subisse, attualmente mette a disposizione di chi ne avesse la necessità anche dei contributi per dispositivi di prevenzione.
27 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Nel territorio di Sedegliano trovate abbandonate diverse carcasse di animali d'allevamento e anche un cane
Aprile 2017
Carcassa di una mucca trovata in un fossato
Scoperta tra Sedegliano e Turrida da un passante. La bestia era semisepolta Il vicesindaco: non sono stati rispettati i protocolli sanitari, speriamo non sia malata
SEDEGLIANO. Macabra scoperta nella zona tra Sedegliano e Turrida. Durante una passeggiata, mercoledì scorso, un cittadino ha notato la carcassa di una mucca affiorare da un cumulo di terra, come se l’animale fosse stato parzialmente sepolto. Subito è stato dato l’allarme e sono partite le indagini delle forze dell’ordine per risalire ai responsabili del gesto che potrebbe avere delle ripercussioni anche sul piano sanitario.
Non è mai accaduto infatti che nella zona siano stati segnalati casi del genere. Sarà da stabilire da parte delle autorità sanitarie le cause del decesso dell’animale e per quale motivo il proprietario non abbia seguito le pratiche corrette per l’eliminazione della carcassa.
A questo proposito interviene il vicesindaco e assessore alla Sanità e Agricoltura del Comune di Sedegliano Maurizio Rinaldi che, informato sui fatti, si dichiara «allibito per un fatto del genere, che rivela una certa superficialità e la non osservanza del rispetto delle procedure previste. La speranza è che in questo caso – osserva il vicesindaco – oltre al mancato rispetto delle regole non vengano appurate malattie che potrebbero essere pericolose per la salute dell’uomo e degli animali».
Il fatto è accaduto tra Turrida e Sedegliano, 300 metri all’interno della strada, in un fosso che divide due proprietà, luogo che solitamente viene denominato “cappezagna” (in friulano “savodaine”). L’animale è stato gettato nel fosso in questione e poi ricoperto con della terra presa dal campo vicino. La carcassa potrebbe essere stata trasportata nel luogo con un mezzo agricolo o con un camioncino, visto il peso che s aggirerebbe sui cinque quintali circa. La bestia non è stata ancora rimossa dal luogo dove è stata ritrovata. Sono in corso degli accertamenti per capire la causa della morte dell’animale. Il dottor Glauco Squecco, responsabile del Servizio veterinario di sanità animale dell’Azienza per l’assistenza Sanitaria n.3 riferisce: «Alcuni animali – afferma – muoiono per cause fisiologiche non imputabili a malattie infettive trasmissibili».
Di norma quando muore un animale in stalla deve essere comunicato al servizio veterinario, il quale accerta sul posto le cause e fornisce le indicazioni per lo smaltimento della carcassa. Gli allevatori sono tenuti a mantenere un registro con il carico e lo scarico degli animali presenti nella stalle. Ogni bovino è marchiato con un numero e una sigla di riferimento.
Ha, quindi, un codice ben preciso, ed è inserito in una banca dati nazionale delle anagrafi zootecniche a Teramo, dove ci sono i server collegati con tutta Italia.
Il fatto, comunque, ha destato vasta impressione in tutto il sedeglianese e non solo.
17 febbraio 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Un altro bovino morto lasciato in un fosso
La carcassa di un vitello trovata un mese dopo quella di una mucca. Indagini in corso
SEDEGLIANO. La carcassa di un vitello dal manto bianco e nero è stata ritrovata a Rivis, nell’alveo secco del fiume Tagliamento, nei pressi di un’area per l’addestramento cani e vicino all’area dove si svolge solitamente la sagra del paese.
Il fatto riconduce a un episodio simile accaduto sempre in Comune di Sedegliano poco più di un mese fa all’interno della strada che va dal capoluogo a Turrida.
In quel caso era stata ritrovata la carcassa di una mucca gettata in un fosso ricoperta di terra e letame.
In questo caso, invece, il corpo dell’animale non era ricoperto da alcun materiale, quindi era ben visibile.
È stato avvistato da una persona che stava proprio addestrando il suo cane nella vicina area.
L’uomo ha subito provveduto ad avvertire il presidente della riserva di caccia di Sedegliano, Giuseppe Danelon, il quale ha informato il vicesindaco che a sua volta ha allertato la polizia locale.
Gli agenti del servizio convenzionato si sono immediatamente recati sul posto e insieme al veterinario reperibile dell’azienda sanitaria hanno provveduto a compiere i rilievi del caso.
Stanno continuando intanto i controlli a tappeto nelle stalle e negli allevamenti della zona per risalire ai responsabili dell’abbandono dei due animali morti e al fine di individuare gli autori del deprecabile gesto.
La notizia, come un mese fa, si è rapidamente diffusa anche al di fuori dei confini del Sedeglianese destando profonda impressione.
Il sindaco Maurizio Rinaldi così commenta l’accaduto: «È una vergogna – esclama – questi fatti portano discredito a tutti gli allevatori del territorio destando sospetti anche sulla filiera alimentare. C’è un forte impegno da parte degli organi competenti per individuare i colpevoli».
La carcassa dell’animale dovrà essere smaltita a norma di legge, come
il caso precedente, anche ora i costi saranno a carico del Comune – e quindi della comunità – a causa dell’autore del gesto di indifferenza dell’allevatore nei confronti dei suoi animali e dell’azienda per problematiche che potrebbero essere risolte applicando le norme di legge. (m.c.)
21 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Accertamenti sul bovino morto lasciato nel fosso
SEDEGLIANO. Il ritrovamento del secondo bovino morto e abbandonato, questa volta, in un fosso nell’area demaniale del Tagliamento, ha destato vasta impressione e preoccupazione nel Medio Friuli. Ieri...
SEDEGLIANO. Il ritrovamento del secondo bovino morto e abbandonato, questa volta, in un fosso nell’area demaniale del Tagliamento, ha destato vasta impressione e preoccupazione nel Medio Friuli. Ieri la carcassa è stata rimossa.
«Sono stati fatti accertamenti – spiega Ivonne Caliz, responsabile del servizio veterinario dell’azienda sanitaria 3 Alto Friuli –, in stretto coordinamento con la polizia locale, che passano attraverso la nostra banca dati nazionale perché tutti i bovini sono registrati il sistema Bdn - Banca dati nazionale».
«In seguito al primo accertamento sono in corso verifiche, sono stati fatti dei sopralluoghi nelle aziende del territorio e quindi stiamo aspettando le conclusioni – afferma la dirigente –. Dopo il secondo ritrovamento il collega competente ha già compiutoi i dovuti accertamenti. Non ho ancora chiarezza sull’indagine e su quali saranno gli esiti. C’è un obbligo normativo al quale gli allevatori devono attenersi, cioe la posizione di marchi auricolari per identificare i bovini, contrassegni di colore giallo apposti su entrambe le orecchie dell’animale e che riportano un numero che si ritrova poi sulla banca dati. L’animale è marchiato 15 giorni dopo la nascita e i suoi movimenti sono identificati tramite banca dati e numero identificativo. Gli animali morti in stalla sono smaltiti con metodi autorizzati. La prassi legale
prevede l’intervento del veterinario che accerta l’assenza di malattie infettive e rilascia un documento che permette lo smaltimento degli animali tramite ditte autorizzate. Motivo dell’abbandono potrebbe essere il costo per lo smaltimento, 300-400 euro per un bovino adulto». (m.c.)
22 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Ancora animali morti abbandonati nei fossi
Sedegliano: dopo i due bovini, un paio di pecore e un cane Lo sdegno del sindaco Donati: gesti di autentica inciviltà
SEDEGLIANO. Abbandono di carcasse di animali nei fossi in un vigneto e in aperta campagna, questa volta di due pecore e un cane.
Non è ancora passata la vasta impressione che hanno destato il rinvenimento di una carcassa di una mucca un mese fa su una strada che da Sedegliano porta a Turrida e un altro di un vitello abbandonato giorni fa nell’alveo secco del Tagliamento, che ancora sono registrati altri atti incivili, fermamente condannati dal sindaco Ivan Donati e dalla popolazione, ma che continuano a ripetersi, probabilmente nelle ore notturne. Nel luogo chiamato Tal bass di Rivis è stata rinvenuta in un sacco di plastica la carcassa di una pecora «scotennata e pulita», come racconta il presidente della Riserva di caccia Giuseppe Danelon, chiamato sul posto da un cittadino. Ancora una carcassa di pecora, solo lo scheletro, è stata trovata in questi giorni in un vigneto nel riordino fondiario fra Turrida e Grions. In un altro contenitore di plastica (anche nel fosso a Turrida, nella zona bassa) e non rimosso per il fetore che emana è contenuto un altro animale. Un ulteriore rinvenimento, in questo caso di un cane morto la cui carcassa è stata trovata in aperta campagna, dissotterrata da una volpe.
«Quando mi avvertono o mi imbatto in questi casi informo subito le autorità – racconta Danelon –. Anni fa nella zona del tiro al piattello- era stata ritrovata la carcassa di un pony».
«Inciviltà, poco rispetto dell’ambiente e degli altri – è l’amaro commento del sindaco Donati – e anche nei confronti di persone che hanno il piacere di visitare il nostro territorio, specialmente quello vicino al fiume Tagliamento, che conserva intatte molte specie di fauna e flora. Nella giornata ecologica – aggiunge il primo cittadino –, che ha impegnato numerosi volontari ai quali va il mio ringraziamento, è stato raccolto nelle nostre zone ogni genere di rifiuti. È davvero assurdo questo comportamento perché c’è un’ecopiazzola aperta nove ore la settimana dove si possono conferire quasi tutte le tipologie di rifiuto. Gli animali vanno portati nei relativi inceneritori. L’abbandono dei rifiuti è sanzionato, per questo abbiamo invitato la Polizia municipale a essere attenta e rigida. Infatti, quando è stato possibile risalire a coloro che mettono in atto tale deprecabile condotta sono state elevate le sanzioni previste dalla legge».
26 marzo 2017
Carcassa di una mucca trovata in un fossato
Scoperta tra Sedegliano e Turrida da un passante. La bestia era semisepolta Il vicesindaco: non sono stati rispettati i protocolli sanitari, speriamo non sia malata
SEDEGLIANO. Macabra scoperta nella zona tra Sedegliano e Turrida. Durante una passeggiata, mercoledì scorso, un cittadino ha notato la carcassa di una mucca affiorare da un cumulo di terra, come se l’animale fosse stato parzialmente sepolto. Subito è stato dato l’allarme e sono partite le indagini delle forze dell’ordine per risalire ai responsabili del gesto che potrebbe avere delle ripercussioni anche sul piano sanitario.
Non è mai accaduto infatti che nella zona siano stati segnalati casi del genere. Sarà da stabilire da parte delle autorità sanitarie le cause del decesso dell’animale e per quale motivo il proprietario non abbia seguito le pratiche corrette per l’eliminazione della carcassa.
A questo proposito interviene il vicesindaco e assessore alla Sanità e Agricoltura del Comune di Sedegliano Maurizio Rinaldi che, informato sui fatti, si dichiara «allibito per un fatto del genere, che rivela una certa superficialità e la non osservanza del rispetto delle procedure previste. La speranza è che in questo caso – osserva il vicesindaco – oltre al mancato rispetto delle regole non vengano appurate malattie che potrebbero essere pericolose per la salute dell’uomo e degli animali».
Il fatto è accaduto tra Turrida e Sedegliano, 300 metri all’interno della strada, in un fosso che divide due proprietà, luogo che solitamente viene denominato “cappezagna” (in friulano “savodaine”). L’animale è stato gettato nel fosso in questione e poi ricoperto con della terra presa dal campo vicino. La carcassa potrebbe essere stata trasportata nel luogo con un mezzo agricolo o con un camioncino, visto il peso che s aggirerebbe sui cinque quintali circa. La bestia non è stata ancora rimossa dal luogo dove è stata ritrovata. Sono in corso degli accertamenti per capire la causa della morte dell’animale. Il dottor Glauco Squecco, responsabile del Servizio veterinario di sanità animale dell’Azienza per l’assistenza Sanitaria n.3 riferisce: «Alcuni animali – afferma – muoiono per cause fisiologiche non imputabili a malattie infettive trasmissibili».
Di norma quando muore un animale in stalla deve essere comunicato al servizio veterinario, il quale accerta sul posto le cause e fornisce le indicazioni per lo smaltimento della carcassa. Gli allevatori sono tenuti a mantenere un registro con il carico e lo scarico degli animali presenti nella stalle. Ogni bovino è marchiato con un numero e una sigla di riferimento.
Ha, quindi, un codice ben preciso, ed è inserito in una banca dati nazionale delle anagrafi zootecniche a Teramo, dove ci sono i server collegati con tutta Italia.
Il fatto, comunque, ha destato vasta impressione in tutto il sedeglianese e non solo.
17 febbraio 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Un altro bovino morto lasciato in un fosso
La carcassa di un vitello trovata un mese dopo quella di una mucca. Indagini in corso
SEDEGLIANO. La carcassa di un vitello dal manto bianco e nero è stata ritrovata a Rivis, nell’alveo secco del fiume Tagliamento, nei pressi di un’area per l’addestramento cani e vicino all’area dove si svolge solitamente la sagra del paese.
Il fatto riconduce a un episodio simile accaduto sempre in Comune di Sedegliano poco più di un mese fa all’interno della strada che va dal capoluogo a Turrida.
In quel caso era stata ritrovata la carcassa di una mucca gettata in un fosso ricoperta di terra e letame.
In questo caso, invece, il corpo dell’animale non era ricoperto da alcun materiale, quindi era ben visibile.
È stato avvistato da una persona che stava proprio addestrando il suo cane nella vicina area.
L’uomo ha subito provveduto ad avvertire il presidente della riserva di caccia di Sedegliano, Giuseppe Danelon, il quale ha informato il vicesindaco che a sua volta ha allertato la polizia locale.
Gli agenti del servizio convenzionato si sono immediatamente recati sul posto e insieme al veterinario reperibile dell’azienda sanitaria hanno provveduto a compiere i rilievi del caso.
Stanno continuando intanto i controlli a tappeto nelle stalle e negli allevamenti della zona per risalire ai responsabili dell’abbandono dei due animali morti e al fine di individuare gli autori del deprecabile gesto.
La notizia, come un mese fa, si è rapidamente diffusa anche al di fuori dei confini del Sedeglianese destando profonda impressione.
Il sindaco Maurizio Rinaldi così commenta l’accaduto: «È una vergogna – esclama – questi fatti portano discredito a tutti gli allevatori del territorio destando sospetti anche sulla filiera alimentare. C’è un forte impegno da parte degli organi competenti per individuare i colpevoli».
La carcassa dell’animale dovrà essere smaltita a norma di legge, come
il caso precedente, anche ora i costi saranno a carico del Comune – e quindi della comunità – a causa dell’autore del gesto di indifferenza dell’allevatore nei confronti dei suoi animali e dell’azienda per problematiche che potrebbero essere risolte applicando le norme di legge. (m.c.)
21 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Accertamenti sul bovino morto lasciato nel fosso
SEDEGLIANO. Il ritrovamento del secondo bovino morto e abbandonato, questa volta, in un fosso nell’area demaniale del Tagliamento, ha destato vasta impressione e preoccupazione nel Medio Friuli. Ieri...
SEDEGLIANO. Il ritrovamento del secondo bovino morto e abbandonato, questa volta, in un fosso nell’area demaniale del Tagliamento, ha destato vasta impressione e preoccupazione nel Medio Friuli. Ieri la carcassa è stata rimossa.
«Sono stati fatti accertamenti – spiega Ivonne Caliz, responsabile del servizio veterinario dell’azienda sanitaria 3 Alto Friuli –, in stretto coordinamento con la polizia locale, che passano attraverso la nostra banca dati nazionale perché tutti i bovini sono registrati il sistema Bdn - Banca dati nazionale».
«In seguito al primo accertamento sono in corso verifiche, sono stati fatti dei sopralluoghi nelle aziende del territorio e quindi stiamo aspettando le conclusioni – afferma la dirigente –. Dopo il secondo ritrovamento il collega competente ha già compiutoi i dovuti accertamenti. Non ho ancora chiarezza sull’indagine e su quali saranno gli esiti. C’è un obbligo normativo al quale gli allevatori devono attenersi, cioe la posizione di marchi auricolari per identificare i bovini, contrassegni di colore giallo apposti su entrambe le orecchie dell’animale e che riportano un numero che si ritrova poi sulla banca dati. L’animale è marchiato 15 giorni dopo la nascita e i suoi movimenti sono identificati tramite banca dati e numero identificativo. Gli animali morti in stalla sono smaltiti con metodi autorizzati. La prassi legale
prevede l’intervento del veterinario che accerta l’assenza di malattie infettive e rilascia un documento che permette lo smaltimento degli animali tramite ditte autorizzate. Motivo dell’abbandono potrebbe essere il costo per lo smaltimento, 300-400 euro per un bovino adulto». (m.c.)
22 marzo 2017
Fonte: Messaggero Veneto
Ancora animali morti abbandonati nei fossi
Sedegliano: dopo i due bovini, un paio di pecore e un cane Lo sdegno del sindaco Donati: gesti di autentica inciviltà
SEDEGLIANO. Abbandono di carcasse di animali nei fossi in un vigneto e in aperta campagna, questa volta di due pecore e un cane.
Non è ancora passata la vasta impressione che hanno destato il rinvenimento di una carcassa di una mucca un mese fa su una strada che da Sedegliano porta a Turrida e un altro di un vitello abbandonato giorni fa nell’alveo secco del Tagliamento, che ancora sono registrati altri atti incivili, fermamente condannati dal sindaco Ivan Donati e dalla popolazione, ma che continuano a ripetersi, probabilmente nelle ore notturne. Nel luogo chiamato Tal bass di Rivis è stata rinvenuta in un sacco di plastica la carcassa di una pecora «scotennata e pulita», come racconta il presidente della Riserva di caccia Giuseppe Danelon, chiamato sul posto da un cittadino. Ancora una carcassa di pecora, solo lo scheletro, è stata trovata in questi giorni in un vigneto nel riordino fondiario fra Turrida e Grions. In un altro contenitore di plastica (anche nel fosso a Turrida, nella zona bassa) e non rimosso per il fetore che emana è contenuto un altro animale. Un ulteriore rinvenimento, in questo caso di un cane morto la cui carcassa è stata trovata in aperta campagna, dissotterrata da una volpe.
«Quando mi avvertono o mi imbatto in questi casi informo subito le autorità – racconta Danelon –. Anni fa nella zona del tiro al piattello- era stata ritrovata la carcassa di un pony».
«Inciviltà, poco rispetto dell’ambiente e degli altri – è l’amaro commento del sindaco Donati – e anche nei confronti di persone che hanno il piacere di visitare il nostro territorio, specialmente quello vicino al fiume Tagliamento, che conserva intatte molte specie di fauna e flora. Nella giornata ecologica – aggiunge il primo cittadino –, che ha impegnato numerosi volontari ai quali va il mio ringraziamento, è stato raccolto nelle nostre zone ogni genere di rifiuti. È davvero assurdo questo comportamento perché c’è un’ecopiazzola aperta nove ore la settimana dove si possono conferire quasi tutte le tipologie di rifiuto. Gli animali vanno portati nei relativi inceneritori. L’abbandono dei rifiuti è sanzionato, per questo abbiamo invitato la Polizia municipale a essere attenta e rigida. Infatti, quando è stato possibile risalire a coloro che mettono in atto tale deprecabile condotta sono state elevate le sanzioni previste dalla legge».
26 marzo 2017
Macellai e ristoratori riferiscono sul consumo degli agnelli pasquali in Friuli
Marzo 2017
«Sulle tavole agnello sardo ma è in calo anche a Pasqua»
Lo chef Scarello e il macellaio Scialino non temono le ricadute del salvataggio animalista
SAN GIORGIO DI NOGARO. «La donna che salva gli agnelli sta svuotando il mare con un cucchiaino». Lo chef due stelle Michelin, Emanuele Scarello, usa una metafora per commentare il salvataggio degli agnelli dalle macellazioni di Pasqua, lanciato dall’animalista Michela “Masha” Cossetto, di San Giorgio di Nogaro. In queste ore, la donna sta acquistando, negli allevamenti della Regione, gli animali che rischiano di arricchire i banchetti pasquali. «Mi preoccuperei di più dei bambini che muoiono di fame» aggiunge Stefano Scialino escludendo ricadute economiche e commerciali.
Inutile dire che macellai e ristoratori pur rispettando gli animalisti non condividono il gesto di Masha. Anche perché i friulani a differenza dei veneti o dei meridionali non amano l’agnello e anche se a Pasqua il consumo della carne di agnello aumenta non raggiunge livelli tali da giustificare il salvataggio.
Questo, ovviamente, secondo chi, pur rispettando gli animali, animalista non è. Non a caso Scarello aggiunge: «Noto che chi intraprende queste azioni lo fa per attirare l’attenzione su di sé. Anziché parlare di salvataggio perché non andiamo a vedere come vivono gli animali negli allevamenti intensivi? Anche i cuochi - lo assicura sempre lo chef stellato - sostengono i progetti di sostenibilità: questo non significa evitare di usare carne o pesce bensì conoscere la filiera». Il riferimento alla filiera porta Scarello a far notare che la maggior parte della carne di agnello presente sulle nostre tavole, arriva dagli allevamenti della Nuova Zelanda e dell’Irlanda. E ancora: «Ho grande stima per la signora di San Giorgio di Nogaro ma deve avere la consapevolezza che sta svuotando il mare con un cucchiaino». In ogni caso, per rispondere alla richiesta della clientela, anche lo chef pluristellato, titolare del ristorante “Agli amici” di Godia, annuncia che nel suo menù stanno per entrare pietanze green.
Dello stesso avviso i macellai di Udine. Da Paderno a via Mentana e per finire in centro storico chi opera in questo settore assicura che le vendite della carne di agnello sono ridotte all’osso. «Nella mia zona - afferma Sergio Di Giorno - non c’è mai stata richiesta». Più incisivo il commento di Scialino: «Anziché salvare gli agnelli, mi preoccuperei di più dei bambini che ogni giorno muoiono di fame nel mondo o delle migliaia di donne infibulate. Rispetto la scelta di chi sta salvando gli agnelli, ma non la condivido». Il macellaio di riva* Bartolini serve i clienti da 39 anni. Prima di lui lo faceva il padre e prima ancora il nonno. «Nella nostra regione - ripete - non c’è la tradizione dell’agnello, lo vendiamo solo a Pasqua». Oggi, a un mese dalla festa, un chilo di agnello costa 13,90 euro. È ovvio che con l’avvicinarsi della festività il prezzo è destinato ad aumentare.
«Stiamo parlando di carne di alta gamma marchiata con tanto di bollino del Consorzio per la tutela della Igp Sardegna. Un prodotto nazionale frutto di allevamenti non intensivi dove l’agnello gira allo stato brado». Un prodotto da boutique della carne diverso da quello che arriva dall’estero: «L’agnello della Nuova Zelanda o dell’Irlanda non ha nulla a che fare con l’abbacchio alla romana o il capretto della Carnia».
Inevitabilmente il salvataggio degli agnelli divide perché in questi casi hanno ragione e torto tutti. Dipende da che parte si prende. «In Friuli non ci sono allevamenti di agnelli, gli animali nascono nelle aziende agricole. Noi ci appoggiamo a fornitori sardi, siciliani e abruzzesi», ripete Scialino quasi a dire che l’azione di “Masha”, nelle macellerie, non avrà ricadute economiche.
In città non sono le azioni degli animalisti a penalizzare il commercio della carne, bensì i centri commerciali sorti alle porte di Udine. «Non sono contro ai centri commerciali, dico solo: dateci le stesse armi per combattere», aggiunge Scialino nel dirsi convinto che la cura dei centri storici non può che essere riportare la gente a vivere nel cuore della città. Un dato per tutti: negli anni Sessanta, nel capoluogo friulano, si contavano
90 macellerie bovine e 15 equine, una decina solo nel centro storico, oggi nel territorio comunale sono appena otto. Bastano questi numeri per capire che, dal punto di vista commerciale, le dinamiche del mercato sono altre rispetto al salvataggio degli agnelli.
18 marzo 2017
Leggi la fonte
«La Bibbia non prevede il consumo di carne»
«Condividiamo l’azione intrapresa dall’animalista di San Giorgio di Nogaro per salvare gli agnelli dalle macellazioni di Pasqua. La nostra filosofia si basa sul non uccidere gli animali per mangiare». Fernando Aloise, il titolare del ristorante vegano “La libellula” trasferito da un anno e mezzo in via Gemona a Udine, si schiera al fianco di Michela Cossetto e auspica che la donna continui la sua battaglia. «Da qualche parte bisogna pur iniziare, dobbiamo fare qualcosa per cambiare il mondo». Lui nel suo piccolo lo sta facendo cucinando menù senza pietanze a base di carne e latticini. «Evitando di acquistare carne contribuiamo a salvare gli animali», ripete il titolare della “Libellula vantando il primato in città.
«Siamo stati i primi ad aprire un ristorante vegano a Udine», prosegue facendo notare che la Bibbia dice esattamente l’opposto della teoria che vuole l’uomo cacciatore per necessità. «Quelle pagine - prosegue Aloise - raccontano un Dio che dava da mangiare agli uomini frutta e verdura e contesti dove gli animali erano nostri amici». Detto tutto ciò, il ristoratore non vuole imporre la sua legge a nessuno: «Ognuno - chiosa - è libero di pensarla come vuole». Resta il fatto che nel suo ristorante e negli altri locali vegani presenti in Friuli, la clientela aumenta. Sono frequentati
da vegani e non desiderosi di sperimentare altri modi di cucinare. Comprese le ricette senza carne. Va anche detto, però, che a mettere al bando la carne sono le numerose raccomandazioni sanitarie e alimentari che ci vengono impartite ogni giorni dai medici per il bene della nostra salute.
18 marzo 2017
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«Sulle tavole agnello sardo ma è in calo anche a Pasqua»
Lo chef Scarello e il macellaio Scialino non temono le ricadute del salvataggio animalista
SAN GIORGIO DI NOGARO. «La donna che salva gli agnelli sta svuotando il mare con un cucchiaino». Lo chef due stelle Michelin, Emanuele Scarello, usa una metafora per commentare il salvataggio degli agnelli dalle macellazioni di Pasqua, lanciato dall’animalista Michela “Masha” Cossetto, di San Giorgio di Nogaro. In queste ore, la donna sta acquistando, negli allevamenti della Regione, gli animali che rischiano di arricchire i banchetti pasquali. «Mi preoccuperei di più dei bambini che muoiono di fame» aggiunge Stefano Scialino escludendo ricadute economiche e commerciali.
Inutile dire che macellai e ristoratori pur rispettando gli animalisti non condividono il gesto di Masha. Anche perché i friulani a differenza dei veneti o dei meridionali non amano l’agnello e anche se a Pasqua il consumo della carne di agnello aumenta non raggiunge livelli tali da giustificare il salvataggio.
Questo, ovviamente, secondo chi, pur rispettando gli animali, animalista non è. Non a caso Scarello aggiunge: «Noto che chi intraprende queste azioni lo fa per attirare l’attenzione su di sé. Anziché parlare di salvataggio perché non andiamo a vedere come vivono gli animali negli allevamenti intensivi? Anche i cuochi - lo assicura sempre lo chef stellato - sostengono i progetti di sostenibilità: questo non significa evitare di usare carne o pesce bensì conoscere la filiera». Il riferimento alla filiera porta Scarello a far notare che la maggior parte della carne di agnello presente sulle nostre tavole, arriva dagli allevamenti della Nuova Zelanda e dell’Irlanda. E ancora: «Ho grande stima per la signora di San Giorgio di Nogaro ma deve avere la consapevolezza che sta svuotando il mare con un cucchiaino». In ogni caso, per rispondere alla richiesta della clientela, anche lo chef pluristellato, titolare del ristorante “Agli amici” di Godia, annuncia che nel suo menù stanno per entrare pietanze green.
Dello stesso avviso i macellai di Udine. Da Paderno a via Mentana e per finire in centro storico chi opera in questo settore assicura che le vendite della carne di agnello sono ridotte all’osso. «Nella mia zona - afferma Sergio Di Giorno - non c’è mai stata richiesta». Più incisivo il commento di Scialino: «Anziché salvare gli agnelli, mi preoccuperei di più dei bambini che ogni giorno muoiono di fame nel mondo o delle migliaia di donne infibulate. Rispetto la scelta di chi sta salvando gli agnelli, ma non la condivido». Il macellaio di riva* Bartolini serve i clienti da 39 anni. Prima di lui lo faceva il padre e prima ancora il nonno. «Nella nostra regione - ripete - non c’è la tradizione dell’agnello, lo vendiamo solo a Pasqua». Oggi, a un mese dalla festa, un chilo di agnello costa 13,90 euro. È ovvio che con l’avvicinarsi della festività il prezzo è destinato ad aumentare.
«Stiamo parlando di carne di alta gamma marchiata con tanto di bollino del Consorzio per la tutela della Igp Sardegna. Un prodotto nazionale frutto di allevamenti non intensivi dove l’agnello gira allo stato brado». Un prodotto da boutique della carne diverso da quello che arriva dall’estero: «L’agnello della Nuova Zelanda o dell’Irlanda non ha nulla a che fare con l’abbacchio alla romana o il capretto della Carnia».
Inevitabilmente il salvataggio degli agnelli divide perché in questi casi hanno ragione e torto tutti. Dipende da che parte si prende. «In Friuli non ci sono allevamenti di agnelli, gli animali nascono nelle aziende agricole. Noi ci appoggiamo a fornitori sardi, siciliani e abruzzesi», ripete Scialino quasi a dire che l’azione di “Masha”, nelle macellerie, non avrà ricadute economiche.
In città non sono le azioni degli animalisti a penalizzare il commercio della carne, bensì i centri commerciali sorti alle porte di Udine. «Non sono contro ai centri commerciali, dico solo: dateci le stesse armi per combattere», aggiunge Scialino nel dirsi convinto che la cura dei centri storici non può che essere riportare la gente a vivere nel cuore della città. Un dato per tutti: negli anni Sessanta, nel capoluogo friulano, si contavano
90 macellerie bovine e 15 equine, una decina solo nel centro storico, oggi nel territorio comunale sono appena otto. Bastano questi numeri per capire che, dal punto di vista commerciale, le dinamiche del mercato sono altre rispetto al salvataggio degli agnelli.
18 marzo 2017
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«La Bibbia non prevede il consumo di carne»
«Condividiamo l’azione intrapresa dall’animalista di San Giorgio di Nogaro per salvare gli agnelli dalle macellazioni di Pasqua. La nostra filosofia si basa sul non uccidere gli animali per mangiare». Fernando Aloise, il titolare del ristorante vegano “La libellula” trasferito da un anno e mezzo in via Gemona a Udine, si schiera al fianco di Michela Cossetto e auspica che la donna continui la sua battaglia. «Da qualche parte bisogna pur iniziare, dobbiamo fare qualcosa per cambiare il mondo». Lui nel suo piccolo lo sta facendo cucinando menù senza pietanze a base di carne e latticini. «Evitando di acquistare carne contribuiamo a salvare gli animali», ripete il titolare della “Libellula vantando il primato in città.
«Siamo stati i primi ad aprire un ristorante vegano a Udine», prosegue facendo notare che la Bibbia dice esattamente l’opposto della teoria che vuole l’uomo cacciatore per necessità. «Quelle pagine - prosegue Aloise - raccontano un Dio che dava da mangiare agli uomini frutta e verdura e contesti dove gli animali erano nostri amici». Detto tutto ciò, il ristoratore non vuole imporre la sua legge a nessuno: «Ognuno - chiosa - è libero di pensarla come vuole». Resta il fatto che nel suo ristorante e negli altri locali vegani presenti in Friuli, la clientela aumenta. Sono frequentati
da vegani e non desiderosi di sperimentare altri modi di cucinare. Comprese le ricette senza carne. Va anche detto, però, che a mettere al bando la carne sono le numerose raccomandazioni sanitarie e alimentari che ci vengono impartite ogni giorni dai medici per il bene della nostra salute.
18 marzo 2017
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Al "Sentiero di Ares" Michela Cossetto salva gli agnelli di Pasqua e tanti altri animali
Marzo 2017
Misha, la donna che salva gli agnelli dalle macellazioni di Pasqua
L’animalista Michela “Masha” Cossetto li sta acquistando in tutto il Friuli. Due li tiene nella sua proprietà, altri li ha affidati. Molti la aiutano economicamente.
SAN GIORGIO DI NOGARO. «Salviamo gli agnellini dalle macellazioni pasquali. Più quote raggiungiamo, meno finiranno in pentola». È l’appello lanciato da Michela “Misha” Cossetto, animalista convinta, che lo scorso anno ha dato vita nella Bassa friulana all’associazione il “Sentiero di Ares”, un luogo “in famiglia” in cui accoglie cani terminali per dargli una morte dignitosa.
“Masha”, in attesa del secondo figlio, e il compagno Luca Miniussi, entrambi monfalconesi, vivono da diciotto mesi assieme alla figlia di pochi anni, vivono da circa diciotto mesi, assieme a una figlia di pochi anni, in una fattoria piena di animali in aperta campagna al confine tra Carlino e San Giorgio di Nogaro e insieme ad altri volontari si battono a difesa degli animali, tutti in genere, nutrie comprese.
Michela, ora sta portando avanti la sua battaglia nel tentativo di salvare quanti più agnelli, soprattutto maschi, dalle macellazioni in programma per i pranzi pasquali, andando negli allevamenti di tutto il Friuli e anche oltre, ad acquistarli grazie alle donazioni di tante persone. Gli agnellini hanno un prezzo di mercato di circa 5 euro al chilogrammo, per cui il loro costo è legato al peso.
«Trovarsi davanti a questi agnelli destinati al macello è un’esperienza orrenda – dice – . Se qualcuno volesse prendersi una pecora, prima che io me le porti tutte a casa, mi contatti. Ci sono maschi, femmine e agnelli di ogni età». A oggi sono una decina quelli salvati e dati in adozione, eccetto “Lana” e “Lupo”, due esemplari che vivono nella sua fattoria. Gli altri sono stati accolti (qualcuno da una fattoria didattica) un po’ in tutta la provincia.
“Masha” racconta che, quando è andata a prendere il primo agnellino, non sapeva quale scegliere tra tanti, allora ha detto alla figlia Kimey «scegli tu». «E siamo tornati a casa non con un agnello, ma con una specie di ippopotamo, “Lana”. Ma va bene così – dice – . “Lana” ha scelto come mamma adottiva “Noah” uno dei nostri cani. Abbiamo dovuto raddoppiare con “Lupo” perchè “Noah” non può continuare a vita a fare mamma pecora, per cui essendo un animale da gregge ora “Lana” ha compagnia. Straordinario il rapporto degli agnelli con mia figlia, scelta come compagna di giochi e di cui sono letteralmente innamorati».
«Dove deve vivere? Ha bisogno di una stalla o può stare anche fuori con un riparo? Basta un recinto? Ha bisogno di un cane per la compagnia?”. Sono le domande più frequenti della gente che non esperienza nella cura di questi animali, ma che disperatamente vuole salvarle da una fine certa.
Michela mette in guardia anche dai facili entusiasmi di tante persone generose perché per adottare un agnello si deve pensare prima di tutto che «questo crescerà e diventerà una pecora, ma anche che bisogna avere i requisiti legati alle norme dell’Azienda sanitaria per gli animali da reddito legate al benessere stesso degli animali».
«Salviamoli»: tanti rispondono all'appello lanciato da Michela
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SAN GIORGIO DI NOGARO. L’appello lanciato ieri dall’animalista Michela Cossetto dalle pagine del Messaggero Veneto ha consentito di salvare altri cinque agnelli dalla macellazione pasquale. Due di questi sono andati in una fattoria del Veneto.
Felicissima Michela non solo per i risultati immediati avuti con l’appello lanciato dalle pagine del nostro giornale e gli attestati di solidarietà e stima giunti da ogni dove («sei mitica e meravigliosa», «onorata di conoscerti», e anche «Masha degli agnelli», «sei un’anima bella», «sei fantastica», per citarne alcuni), ma soprattutto per le numerose persone che la stanno contattando anche da fuori regione per aderire alla sua battaglia anche “solo” attraverso l’erogazione di un contributo. Grazie a queste risorse si potranno salvare altri agnelli dalla pentola di Pasqua, andando ad acquistarli negli allevamenti di tutto il Friuli e non solo (circa 5 euro al chilogrammo è il loro prezzo di mercato). Tutti gli animali sono contrassegnati da un chip che ne certifica la provenienza e i controlli Asl.
«Due bambini che giocano. Due innocenti. Due anime pure. Solo che uno lo proteggete, l’altro lo mangiate»: è il testo di un cliccatissimo post che Michela ha messo sul suo profilo facebook a commento di una foto di sua figlia con l’agnellino “Lana” (che con “Lupo” e un altro in arrivo fanno parte del suo personale gregge). Un post che vuole ancora di più sensibilizzare le persone.
«Grazie, veramente grazie al Messaggero Veneto – dice – che ci ha permesso di salvarne altri cinque dalle tavole pasquali e non saranno i soli. L’appello resta valido e chiunque voglia avere informazioni ci contatti: saremo ben felici di spiegare loro quali norme si devono seguire per adottarne uno (scaricabili anche dal sito dell’Azienda sanitaria) o anche su come tagliare la lana. Oppure su come trasportarli in quanto ci vogliono mezzi appositi che costa affittare. Tutte cose che noi, grazie ai volontari, riusciamo a fare con poco. Salvare un agnello è una cosa bellissima che dà tanta gioia anche perché sono animali miti e affettuosi». E quando lo dice le brillano gli occhi.
Michela (“Misha” o “Masha” come qualcuno la sta chiamando) si schermisce davanti ai tanti complimenti che sta ricevendo, ma non dimentica neppure per un attimo l’altra sua battaglia come fondatrice dell’associazione “Il sentiero di Ares” per salvare i cani malati terminali e chiedere di adottare i cani anziani. Della fattoria fanno parte anche gatti, un cavallo, un pony e una famiglia di nutrie con il “capo-famiglia” Palmiro padrone assoluto.
La fattoria degli animali sta crescendo bisognerà trovare nuovi spazi per tutti
L’arrivo degli agnelli nella fattoria di Michela Cossetto e di Luca Miniussi, ubicata in aperta campagna al confine tra Carlino e San Giorgio di Nogaro, ha come immediata conseguenza una ulteriore ricerca di spazi. I proprietari del luogo stanno infatti programmando i lavori per ospitare altri agnelli, cani e altri animali e dare loro spazi ancora più adeguati. Infatti gli agnelli cresceranno e diventeranno pecore “voluminose” che hanno bisogno di potersi muovere senza interferire con gli altri animali della fattoria in cui gran parte vivono liberi o in appositi recinti coperti. I due agnelli “Lana” e “Lupo” sono autonomi, passeggiano e brucano tranquilli, ma è ormai certo che il “gregge” crescerà: l’arrivo previsto degli altri agnelli richiederà più spazi, per cui si sta lavorando per sistemare anche la zona dei cani malati terminali affinchè non vengano disturbati. Come racconta Michela Cossetto questo è possibile grazie anche alle donazioni delle persone o agli sconti che alcune aziende fornitrici effettuano sugli acquisti, permettendo così una ristrutturazione delle aree esistenti e di creare nuovi ricoveri.
Due torelli catturati con l'anestetico
Marzo 2017
Due tori fuggono nei campi, arrivano i Cc
Varmo: scappati da un allevamento, sono stati bloccati solo grazie all’anestetico dei veterinari. Pesano 300 chili l’uno
15 marzo 2017
Leggi la fonte
Due tori fuggono nei campi, arrivano i Cc
Varmo: scappati da un allevamento, sono stati bloccati solo grazie all’anestetico dei veterinari. Pesano 300 chili l’uno
15 marzo 2017
VARMO. Toreri per un giorno. È accaduto ai carabinieri di un’aliquota del Nucleo Radiomobile della Compagnia di Latisana, chiamati in località Madrisio di Varmo per recuperare due giovani tori scappati da un vicino allevamento, ma mai persi di vista dai proprietari che però non riuscivano a fermarli.
I due torelli, due belle bestie di circa 300 chili l’una, lunedì mattina vagavano per le campagne della zona, dopo essere riusciti a scappare dal loro recinto, all’interno dell’azienda agricola Mauro Elga & C. S.s. con sede lungo la Strada provinciale del Ponte di Madrisio, poco distante da dove sono stati avvistati.
La presenza dei due animali liberi di gironzolare per la campagna ha allarmato i residenti della zona che hanno chiamato in aiuto i carabinieri della Compagnia di Latisana.
A Madrisio è arrivata una pattuglia del Norm: i carabinieri hanno dovuto improvvisarsi toreri e cercare di catturare i due bovini che hanno subito dimostrato di non avere nessuna intenzione né di farsi prendere, né di tornare a essere rinchiusi in un recinto, preferendo godersi quella conquistata libertà. A questo punto, visto il trambusto che si stava creando, il rischio era che i due animali iniziassero a innervosirsi, diventando pericolosi per sé stessi e anche per i presenti.
Così, d’accordo anche con il medico veterinario dell’Azienda sanitaria, in aiuto al personale del Norm della Compagnia di Latisana, sono stati chiamati gli agenti forestali dell’ufficio delle bio diversità con sede a Tarvisio, da quest’anno operativi sotto l’Arma, all’interno del Comando carabinieri forestale, ambientale e agro alimentare.
I carabinieri hanno continuato a tenere d’occhio i due torelli che nel frattempo avevano raggiunto le campagne di Canussio, dove sono arrivati gli agenti della Forestale, muniti di telenarcosi (una sorta di fucile caricato con sedativi), perché a questo punto l’unico modo per riuscire a catturare i due torelli era quello di anestetizzarli sparando a distanza.
Presa la mira è partito il colpo con l’anestetico e nel giro di pochi attimi i due bovini si sono addormentati. Solo a questo punto è stato possibile avvicinarli: il veterinario ha verificato le loro condizioni di salute che erano ottime e quindi i due fuggitivi sono stati riconsegnati ai titolari dell’azienda agricola.
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Fiocco "Rosa" all'oasi dei Quadris di Fagagna e liberazione di 12 cicogne e 16 volatili.
Marzo 2017
Oltre 2.500 persone all’Oasi dei Quadris per la liberazione delle cicogne - Foto e Video
Fagagna: tante famiglie con bambini per il primo volo di dodici giovani esemplari. Festa anche per sedici volatili guariti grazie alle cure del Centro di Campoformido
FAGAGNA. Impaurite fino a pochi attimi prima, poi splendide si sono librate in alto nel cielo in una manciata di battiti d’ali. Sono le dodici cicogne classe 2014 che hanno assaporato per la prima volta la libertà.
Un evento che ha richiamato nell’Oasi dei Quadris oltre 2.500 persone, per lo più famiglie con bambini, che non si sono volute perdere uno spettacolo davvero unico: nel paradiso di cicogne e ibis eremita l’edizione 2017 del “Giorno della cicogna”, dove l’evento più atteso era la liberazione di dodici giovani esemplari.
Fagagna, la liberazione delle cicogne all’Oasi dei Quadris
Un afflusso da record, assolutamente inatteso che ha colpito per primi gli organizzatori, i volontari dell’Oasi, che non si aspettavano un tale successo in termini di presenze: «Nel 2014 – ha spiegato Enzo Uliana, presidente dell’Oasi – avevamo organizzato la liberazione aperta la pubblico, ma che non ha paragoni con i numeri di questa edizione».
La liberazione delle giovani cicogne, otto maschi e quattro femmine, era prevista verso le 9.30, ma all’Oasi di via Caporiacco molti sono arrivati già alle 8.30.
Fagagna, la liberazione delle cicogne
Tante famiglie con bambini all'Oasi dei Quadris per il primo volo di dodici giovani esemplari, otto maschi e quattro femmine (video Ferraro-Petrussi)
I più impazienti erano naturalmente i più piccoli: a loro il compito di assegnare a ogni cicogna (fino a ieri identificata solo attraverso una sorta di numero di codice) il nome di battesimo.
E mentre all’entrata i bambini si prodigavano a inventare e scrivere il nome dei maestosi pennuti, nel serraglio, in attesa, le dodici cicogne. Sono quelle nate nell’oasi e che, raggiunta la maturità, sono in grado di sopravvivere da sole.
Qualche minuto per coordinare estrazione del nome e liberazione e la cerimonia è iniziata sotto gli occhi incantati della gente: ad alzarsi in volo Liro, Lucia, Turbo, Principessa, Sole, Nanni, Alex, Sparki, Violetta, Nerina, Sasso e Ulk.
«Adesso – ha detto Uliana – speriamo che si formino almeno quattro coppie che possano nidificare anche oltre il territorio collinare». Le giovani cicogne al compimento del terzo anno di età hanno raggiunto la maturità sessuale e sono pronte ad accoppiarsi e a metter su famiglia.
Terminata la liberazione delle cicogne, i riflettori si sono accesi su altri volatili, quelli curati e rimessi in sesto da Maurizio e Liviana Zuliani, del Centro di recupero di Campoformido: a riguadagnare il cielo alcune creature che, a causa di ferite accidentali, sono state portate e ospitate per alcune settimane nel centro di riabilitazione per animali selvatici della Città del Trattato. Ieri sono stati liberati due aironi cenerini, un airone bianco, due storni, due merli, due cinciallegre, due pettirossi, una cinciarella, due gabbiani comuni e due verdoni.
Completate le operazioni di partenza dei volatili, la scena è passata a un’altra protagonista della giornata all’Oasi: la nuova arrivata della famiglia dei konjic, i cavalli selvatici adottati dal 2013. La notte tra il 5 e il 6 marzo Belen ha dato alla luce una splendida puledrina. E anche per lei il nome assegnatole, Rosa, è stato quello scelto dai bimbi.
Una giornata da incorniciare, dunque, quella di ieri per l’Oasi, di buon auspicio per la stagione 2017 che si aprirà ufficialmente domenica. «Rimarremo aperti – ha precisato Uliana – fino al 31 novembre ma, se le condizioni meteo lo renderanno possibile, anche oltre».
L’Oasi è aperta al pubblico sabato dalle 14.30 al tramonto e domenica dalle 10.30 al tramonto.
12 marzo 2017
Fagagna: tante famiglie con bambini per il primo volo di dodici giovani esemplari. Festa anche per sedici volatili guariti grazie alle cure del Centro di Campoformido
FAGAGNA. Impaurite fino a pochi attimi prima, poi splendide si sono librate in alto nel cielo in una manciata di battiti d’ali. Sono le dodici cicogne classe 2014 che hanno assaporato per la prima volta la libertà.
Un evento che ha richiamato nell’Oasi dei Quadris oltre 2.500 persone, per lo più famiglie con bambini, che non si sono volute perdere uno spettacolo davvero unico: nel paradiso di cicogne e ibis eremita l’edizione 2017 del “Giorno della cicogna”, dove l’evento più atteso era la liberazione di dodici giovani esemplari.
Fagagna, la liberazione delle cicogne all’Oasi dei Quadris
Un afflusso da record, assolutamente inatteso che ha colpito per primi gli organizzatori, i volontari dell’Oasi, che non si aspettavano un tale successo in termini di presenze: «Nel 2014 – ha spiegato Enzo Uliana, presidente dell’Oasi – avevamo organizzato la liberazione aperta la pubblico, ma che non ha paragoni con i numeri di questa edizione».
La liberazione delle giovani cicogne, otto maschi e quattro femmine, era prevista verso le 9.30, ma all’Oasi di via Caporiacco molti sono arrivati già alle 8.30.
Fagagna, la liberazione delle cicogne
Tante famiglie con bambini all'Oasi dei Quadris per il primo volo di dodici giovani esemplari, otto maschi e quattro femmine (video Ferraro-Petrussi)
I più impazienti erano naturalmente i più piccoli: a loro il compito di assegnare a ogni cicogna (fino a ieri identificata solo attraverso una sorta di numero di codice) il nome di battesimo.
E mentre all’entrata i bambini si prodigavano a inventare e scrivere il nome dei maestosi pennuti, nel serraglio, in attesa, le dodici cicogne. Sono quelle nate nell’oasi e che, raggiunta la maturità, sono in grado di sopravvivere da sole.
Qualche minuto per coordinare estrazione del nome e liberazione e la cerimonia è iniziata sotto gli occhi incantati della gente: ad alzarsi in volo Liro, Lucia, Turbo, Principessa, Sole, Nanni, Alex, Sparki, Violetta, Nerina, Sasso e Ulk.
«Adesso – ha detto Uliana – speriamo che si formino almeno quattro coppie che possano nidificare anche oltre il territorio collinare». Le giovani cicogne al compimento del terzo anno di età hanno raggiunto la maturità sessuale e sono pronte ad accoppiarsi e a metter su famiglia.
Terminata la liberazione delle cicogne, i riflettori si sono accesi su altri volatili, quelli curati e rimessi in sesto da Maurizio e Liviana Zuliani, del Centro di recupero di Campoformido: a riguadagnare il cielo alcune creature che, a causa di ferite accidentali, sono state portate e ospitate per alcune settimane nel centro di riabilitazione per animali selvatici della Città del Trattato. Ieri sono stati liberati due aironi cenerini, un airone bianco, due storni, due merli, due cinciallegre, due pettirossi, una cinciarella, due gabbiani comuni e due verdoni.
Completate le operazioni di partenza dei volatili, la scena è passata a un’altra protagonista della giornata all’Oasi: la nuova arrivata della famiglia dei konjic, i cavalli selvatici adottati dal 2013. La notte tra il 5 e il 6 marzo Belen ha dato alla luce una splendida puledrina. E anche per lei il nome assegnatole, Rosa, è stato quello scelto dai bimbi.
Una giornata da incorniciare, dunque, quella di ieri per l’Oasi, di buon auspicio per la stagione 2017 che si aprirà ufficialmente domenica. «Rimarremo aperti – ha precisato Uliana – fino al 31 novembre ma, se le condizioni meteo lo renderanno possibile, anche oltre».
L’Oasi è aperta al pubblico sabato dalle 14.30 al tramonto e domenica dalle 10.30 al tramonto.
12 marzo 2017
Domenica, 12 marzo, sarà presentata dai volontari. Nell’occasione saranno anche liberati 12 volatili
FAGAGNA. Lieto evento all’oasi dei Quadris. Ma questa volta il fiocco, rosa per la precisione, non riguarda la schiusa di qualche uovo, ma la nascita di una puledrina venuta al mondo la notte tra il 5 e il 6 marzo.
L’area verde, paradiso per cicogne e ibis eremita, dal 2013 ospita anche una famiglia di Konjik. «Si tratta – spiega Dima Lauzzana, volontaria dell’Oasi – di cavalli selvatici incrociati con i tarpan, i progenitori del cavallo domestico. Gli ultimi esemplari selvatici del tarpan provenivano dalla foresta di Bialowieza in Polonia e questi sono stati incrociati, alla fine dell’800, con cavallini domestici, detti appunto konjik (termine slavo col significato di “cavallino”).
Alcuni konjik sono poi stati trasferiti in Olanda (1983) e successivamente in altre aree. Nel 1988 alcuni soggetti provenienti dall’Olanda, sono stati trasferiti in Friuli, nell’area del Monte Cuar. Alcuni vengono allevati a Fagagna, grazie all’intervento del Comune e della Associazione amici dell’Oasi dei Quadris». Nel 2013 hanno adottato una famigliola di Konjik: il maschio Rocco, la femmina Belen e la loro figlia Ludmilla.
Dal 2013 la famiglia dei cavallini selvatici si è allargata: nel 2014 è nato Marius e nel 2015 Marco. Qualche giorno fa il nuovo arrivo. «Belen e la sua puledrina stanno bene» fanno sapere dall’Oasi.
«Durante la festa del “Giorno della cicogna” – spiega Enzo Uliana, presidente dell’Oasi – i bambini presenti potranno dare il nome anche alla puledrina, oltre che alle cicogne che verranno liberate dalla voliera». Alle 9.30 di domenica saranno liberate le 12 cicogne nate nel 2014. «Quelle che hanno raggiunto la maturità e oggi possono vivere in natura autonomamente».
Ieri, per capire quale sia il loro sesso, i 12 pennuti sono stati sottoposti a un esame ecografico. «Domenica – spiega Uliana – i bambini inventeranno un nome, lo scriveranno su un bigliettino che sarà inserito in una scatola. Per ogni cicogna verrà estratto un bigliettino con su scritto un nome che sarà assegnato alla cicogna liberata». Le giovani cicogne andranno ad aggregarsi al branco.
«Il gruppo è già composto da 42 cicogne – aggiunge Uliana -: l’auspicio è che le nuove cicogne nidifichino non solo nel territorio di Fagagna e dintorni ma che la colonia si allarghi sempre di più». Assieme alle cicogne, saranno liberati anche alcuni degli ospiti del Centro di recupero fauna selvatica di Campoformido. A tornare in libertà 2 aironi cenerini, 1 airone bianco, 2 storni, 2 merli, 2 cinciallegre, 2 pettirossi, 1 cinciarella e 2 gabbiani comuni.
08 marzo 2017
Progetto Italia-Austria contro la tratta degli animali
Marzo 2017
Alleanza Friuli-Carinzia contro la tratta degli animali
Fvg capofila del programma comunitario “Bio-Crime” da 1,1 milioni di euro. L’assessore Telesca: senza vaccinazioni i cuccioli sono pericolosi per l’uomo
UDINE. Un tempo li nascondevano nelle auto. Due, tre, quattro cuccioli alla volta attraversavano le nostre frontiere destinati al mercato interno oppure ai Paesi esteri. A distanza di pochi anni la dinamica è rimasta la stessa, ma i numeri del traffico illegale degli animali da compagnia sono cresciuti in modo esponenziale spingendo le istituzioni a correre ai ripari con il progetto Interreg Italia-Austria Bio-Crime, finanziato dall’Ue con 1,1 milioni di euro.
Presentato ieri coinvolge – quale capofila – la Regione, i servizi veterinari delle due regioni, Area science park, l’istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie e la Polizia postale del Fvg tra gli altri con l’obiettivo di mettere sul piatto strategie e mezzi comuni per affrontare la nuova emergenza, che investe sì la sfera del benessere animale ma anche quella della salute.
«I sempre più frequenti eventi sentinella che si verificano tra Fvg e Carinzia destano preoccupazione – ha detto l’assessore regionale Maria Sandra Telesca –, soprattutto per le possibili gravi conseguenze per la salute pubblica. Siamo tutti al lavoro per creare una rete che ci aiuterà ad affrontare al meglio problemi emergenti dei nostri rispettivi territori, nella consapevolezza che le malattie non si fermano ai valichi confinari».
I cuccioli che entrano in Italia attraverso i nostri confini spesso sono oltremodo piccoli, privi delle vaccinazioni e potenziali portatori di virus, come la rabbia, e parassitosi. Cani e gatti principalmente, ma anche rettili e uccelli. A centinaia. Un esempio? Il responsabile del progetto in seno alla Direzione centrale salute, Paolo Zucca, cita Tarvisio – anno 2015 – dove venne sequestrato un carico di migliaia di pappagalli. «Un’Ara può arrivare a costare 10 mila euro – spiega –. Qualche rapace anche 20 mila». Quindi consiglia: «Per essere certi di avere tra le mani un cucciolo non di contrabbando basta chiedere il pedigree. Costa poche decine di euro ed è l’unica garanzia vera contro il traffico degli animali».
Partite che arrivano anche a 250 cuccioli per volta (pagati nei Paesi dell’est appena 15 euro l’uno) che fruttano ai trafficanti fino a 300, 350 mila euro. «Un fatturato – ha aggiunto Telesca – secondo solo al traffico di droga. Il fenomeno non è ancora così noto all’opinione pubblica, ma è molto grave perché, oltre agli aspetti etici e commerciali, comporta un elevato rischio di introduzione di gravi malattie come la rabbia. Il Progetto Bio-crime, di cui siamo capofila, sarà un caposaldo per il contrasto e la prevenzione di questi fenomeni».
Lo farà con una serie d’interventi: corsi di formazione per pubblici ufficiali, sviluppo di protocolli operativi congiunti, realizzazione di una piattaforma web per la condivisione dei dati, sorveglianza epidemiologica degli animali sequestrati, progetti di educazione dei cittadini sono solo alcune delle attività finanziate. Avviato a febbraio 2017 si concluderà a luglio 2019 lasciando sui territori competenze e attrezzature.
Una quota di finanziamento di 200 mila euro (100 per il Land Carinzia e 100 per il Fvg) sarà
infatti destinata all’acquisto di strutture per la quarantena in bio-sicurezza degli animali confiscati e saranno utilizzate anche dopo la conclusione di Bio-crime diventando così parte integrante del sistema di risposta rapida alle emergenze biologiche.
11 marzo 2017
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Alleanza Friuli-Carinzia contro la tratta degli animali
Fvg capofila del programma comunitario “Bio-Crime” da 1,1 milioni di euro. L’assessore Telesca: senza vaccinazioni i cuccioli sono pericolosi per l’uomo
UDINE. Un tempo li nascondevano nelle auto. Due, tre, quattro cuccioli alla volta attraversavano le nostre frontiere destinati al mercato interno oppure ai Paesi esteri. A distanza di pochi anni la dinamica è rimasta la stessa, ma i numeri del traffico illegale degli animali da compagnia sono cresciuti in modo esponenziale spingendo le istituzioni a correre ai ripari con il progetto Interreg Italia-Austria Bio-Crime, finanziato dall’Ue con 1,1 milioni di euro.
Presentato ieri coinvolge – quale capofila – la Regione, i servizi veterinari delle due regioni, Area science park, l’istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie e la Polizia postale del Fvg tra gli altri con l’obiettivo di mettere sul piatto strategie e mezzi comuni per affrontare la nuova emergenza, che investe sì la sfera del benessere animale ma anche quella della salute.
«I sempre più frequenti eventi sentinella che si verificano tra Fvg e Carinzia destano preoccupazione – ha detto l’assessore regionale Maria Sandra Telesca –, soprattutto per le possibili gravi conseguenze per la salute pubblica. Siamo tutti al lavoro per creare una rete che ci aiuterà ad affrontare al meglio problemi emergenti dei nostri rispettivi territori, nella consapevolezza che le malattie non si fermano ai valichi confinari».
I cuccioli che entrano in Italia attraverso i nostri confini spesso sono oltremodo piccoli, privi delle vaccinazioni e potenziali portatori di virus, come la rabbia, e parassitosi. Cani e gatti principalmente, ma anche rettili e uccelli. A centinaia. Un esempio? Il responsabile del progetto in seno alla Direzione centrale salute, Paolo Zucca, cita Tarvisio – anno 2015 – dove venne sequestrato un carico di migliaia di pappagalli. «Un’Ara può arrivare a costare 10 mila euro – spiega –. Qualche rapace anche 20 mila». Quindi consiglia: «Per essere certi di avere tra le mani un cucciolo non di contrabbando basta chiedere il pedigree. Costa poche decine di euro ed è l’unica garanzia vera contro il traffico degli animali».
Partite che arrivano anche a 250 cuccioli per volta (pagati nei Paesi dell’est appena 15 euro l’uno) che fruttano ai trafficanti fino a 300, 350 mila euro. «Un fatturato – ha aggiunto Telesca – secondo solo al traffico di droga. Il fenomeno non è ancora così noto all’opinione pubblica, ma è molto grave perché, oltre agli aspetti etici e commerciali, comporta un elevato rischio di introduzione di gravi malattie come la rabbia. Il Progetto Bio-crime, di cui siamo capofila, sarà un caposaldo per il contrasto e la prevenzione di questi fenomeni».
Lo farà con una serie d’interventi: corsi di formazione per pubblici ufficiali, sviluppo di protocolli operativi congiunti, realizzazione di una piattaforma web per la condivisione dei dati, sorveglianza epidemiologica degli animali sequestrati, progetti di educazione dei cittadini sono solo alcune delle attività finanziate. Avviato a febbraio 2017 si concluderà a luglio 2019 lasciando sui territori competenze e attrezzature.
Una quota di finanziamento di 200 mila euro (100 per il Land Carinzia e 100 per il Fvg) sarà
infatti destinata all’acquisto di strutture per la quarantena in bio-sicurezza degli animali confiscati e saranno utilizzate anche dopo la conclusione di Bio-crime diventando così parte integrante del sistema di risposta rapida alle emergenze biologiche.
11 marzo 2017
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A Cervignano del Friuli 600 dissuasori nelle strade per proteggere i caprioli
Marzo 2017
Strage di caprioli in strada: posizionati 600 dissuasori a Cervignano
Cervignano è uno dei primi comuni ad adottare dispositivi ottici e acustici. Ecco le zone a rischio individuate. Erano stati cittadini e associazioni a chiederli
CERVIGNANO. Sono in tutto 600 e sono stati installati nei punti più critici della viabilità locale, quelli maggiormente interessati dagli impatti tra ungulati e veicoli. In tutto il territorio del Cervignanese, uno tra i primi Comuni in regione ad aver optato per questa soluzione, sono stati posizionati dissuasori ottici e acustici, dispositivi che frenano il passaggio degli animali in concomitanza con il transito dei mezzi. In alcuni punti, inoltre, sono stati collocati cartelli stradali.
Le zone individuate per il posizionamento dei dissuasori sono: lungo la bretella a ovest dello scalo ferroviario, dalla rotatoria a nord della frazione di Strassoldo fino alla rotatoria a confine con il Comune di Terzo di Aquileia, lungo la provinciale 68, in via Carso, nella frazione di Scodovacca, lungo la provinciale 54, in via Fredda, sempre a Scodovacca, lungo la regionale 351, dall'incrocio tra via Fredda verso Cervignano, e nel tratto lungo la regionale 352 che va dalla rotatoria sulla provinciale 108 alla rotatoria della variante alla regionale 352.
Ieri mattina, in municipio, il sindaco di Cervignano, Gianluigi Savino, ha incontrato il direttore della riserva di caccia, Italo Zorat, che si è occupato in prima persona di individuare i punti critici da inserire nella “mappa”. I dissuasori bianchi o colorati posti sui paracarri stradali deviano il fascio di luce dei fari verso i lati della strada dissuadendo l'animale dall'attraversarla mentre quelli acustici emettono ultrasuoni percepiti solo dalle bestiole.
Nei mesi scorsi, residenti e automobilisti si erano rivolti all'amministrazione per chiedere di trovare una soluzione capace di far cessare la strage di caprioli investiti dalle automobili. Le associazioni animaliste avevano chiesto la convocazione di un tavolo per fare il punto della situazione. Lo scorso anno, inoltre, c'era stato un incontro cui avevano preso parte il vicepresidente della Provincia, Franco Mattiussi, l'assessore provinciale Marco Quai, il sindaco Savino, e il direttore della riserva di caccia Zorat. La Provincia aveva fin da subito manifestato la volontà di sostenere l'installazione di dissuasori nei punti in cui si verificano con più frequenza gli attraversamenti dei caprioli.
L'obiettivo, per il futuro, è estendere il progetto anche negli altri Comuni. «Sono soddisfatto - le parole del sindaco di Cervignano -. Siamo riusciti a risolvere due problemi:
la sicurezza degli automobilisti e il benessere degli animali. Siamo riusciti a coprire tutte le zone che abitualmente sono interessate dal passaggio degli ungulati. Desidero ringraziare Italo Zorat, che ci ha aiutato a superare le tante difficoltà legate all'installazione dei dispositivi».
01 marzo 2017
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Strage di caprioli in strada: posizionati 600 dissuasori a Cervignano
Cervignano è uno dei primi comuni ad adottare dispositivi ottici e acustici. Ecco le zone a rischio individuate. Erano stati cittadini e associazioni a chiederli
CERVIGNANO. Sono in tutto 600 e sono stati installati nei punti più critici della viabilità locale, quelli maggiormente interessati dagli impatti tra ungulati e veicoli. In tutto il territorio del Cervignanese, uno tra i primi Comuni in regione ad aver optato per questa soluzione, sono stati posizionati dissuasori ottici e acustici, dispositivi che frenano il passaggio degli animali in concomitanza con il transito dei mezzi. In alcuni punti, inoltre, sono stati collocati cartelli stradali.
Le zone individuate per il posizionamento dei dissuasori sono: lungo la bretella a ovest dello scalo ferroviario, dalla rotatoria a nord della frazione di Strassoldo fino alla rotatoria a confine con il Comune di Terzo di Aquileia, lungo la provinciale 68, in via Carso, nella frazione di Scodovacca, lungo la provinciale 54, in via Fredda, sempre a Scodovacca, lungo la regionale 351, dall'incrocio tra via Fredda verso Cervignano, e nel tratto lungo la regionale 352 che va dalla rotatoria sulla provinciale 108 alla rotatoria della variante alla regionale 352.
Ieri mattina, in municipio, il sindaco di Cervignano, Gianluigi Savino, ha incontrato il direttore della riserva di caccia, Italo Zorat, che si è occupato in prima persona di individuare i punti critici da inserire nella “mappa”. I dissuasori bianchi o colorati posti sui paracarri stradali deviano il fascio di luce dei fari verso i lati della strada dissuadendo l'animale dall'attraversarla mentre quelli acustici emettono ultrasuoni percepiti solo dalle bestiole.
Nei mesi scorsi, residenti e automobilisti si erano rivolti all'amministrazione per chiedere di trovare una soluzione capace di far cessare la strage di caprioli investiti dalle automobili. Le associazioni animaliste avevano chiesto la convocazione di un tavolo per fare il punto della situazione. Lo scorso anno, inoltre, c'era stato un incontro cui avevano preso parte il vicepresidente della Provincia, Franco Mattiussi, l'assessore provinciale Marco Quai, il sindaco Savino, e il direttore della riserva di caccia Zorat. La Provincia aveva fin da subito manifestato la volontà di sostenere l'installazione di dissuasori nei punti in cui si verificano con più frequenza gli attraversamenti dei caprioli.
L'obiettivo, per il futuro, è estendere il progetto anche negli altri Comuni. «Sono soddisfatto - le parole del sindaco di Cervignano -. Siamo riusciti a risolvere due problemi:
la sicurezza degli automobilisti e il benessere degli animali. Siamo riusciti a coprire tutte le zone che abitualmente sono interessate dal passaggio degli ungulati. Desidero ringraziare Italo Zorat, che ci ha aiutato a superare le tante difficoltà legate all'installazione dei dispositivi».
01 marzo 2017
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La volpe di Camporosso che ama i bambini
Febbraio 2017
Alla ricerca di “Fuchs”, la volpe che ama i bambini
Si era abituata a mangiare i biscotti in un giardino a Camporosso. Da mesi non si vede più e i suoi piccoli amici la stanno ancora aspettando
TARVISIO. Il bambino e la volpe. Era una scena che si è ripetuta quasi giornalmente per più di un anno, nel cortile di una casa di Camporosso, in via Bartolo, ai margini della foresta che circonda i paesi della Valcanale. Ma sono mesi che Fuchs, così è stata ribattezzata la volpe, non si vede più.
Il più piccolo della famiglia Gressani e il fratello di dieci anni aspettano invano il ritorno di Fuchs quell’animale curioso che si lasciava avvicinare solamente da loro per gustare i biscotti che gli venivano offerti. Oramai, però, come ci racconta il nonno, Edoardo Kranner, noto albergatore in pensione, i due nipoti hanno perso ogni speranza.
La volpe non si fa più vedere e il sospetto è che sia stata investita da un mezzo sulla strada, o, più probabilmente, che possa averla notata qualche bracconiere senza scrupoli attratto da una facile preda, vista l'abitudine di avvicinarsi alle case dell’animale. Alla volpe avevano dato il nome Fuchs (il termine tedesco di volpe), lo stesso nome del cane pastore del vicino, raccontano i familiari.
Così la chiamavano e la volpe pareva ci hanno raccontato, rispondesse ai richiami avvicinandosi loro per ricevere un po’ di cibo, biscotti o qualche pezzetto di carne dello stufato. Il pane no, non lo mangiava. Era incuriosita anche dalla palla che i bambini gli lanciavano per giocare.
E quei momenti do incontro, gradualmente, erano divenuti quasi giornalieri, racconta mamma Claudia, tanto che la visita della volpe era attesa anche se non avveniva a un orario fisso, ogni momento era buono per lei, al mattino, pomeriggio o verso sera. Indubbiamente gli scorsi mesi estivi erano stati particolarmente interessanti per i figlioli che, di fatto, avevano adottato la volpe.
Da mesi però Fuchs non si vede più e il più piccolo dei fratelli, Matteo di soli due anni, ogni tanto esce e chiama più volte Fuchs, ma non ottiene risposta, la volpe non si fa viva più. Perciò non resta che conservare memoria di quegli incontri, che rimarranno indelebili. Il bambini, appunto, avevano avuto la meglio sulla diffidenza della volpe che girava nel cortile in cerca del cibo che, scoperta la sua presenza, veniva lasciato. Fuggiva solo all’abbaiare dei cani o se un adulto provava ad avvicinarsi troppo.
Permetteva di avvicinarsi solo a loro, ai bambini, specialmente al più piccolo, una figura che evidentemente, d’istinto, non le incuteva alcun timore. Indubbiamente, questa, una piccola storia, è una delle tante fra gli incontri fra gli animali che popolano la foresta e i valligiani.
Sono oramai incontri abbastanza frequenti, basti ricordare l’immagine della passeggiata notturna in centro a Tarvisio, dell’orso colto dalla telesorveglianza dei carabinieri l’anno scorso, o delle visite
dei caprioli e cervi nei paesi, durante l’inverno, in cerca di cibo, alle volte con il rischio di investimenti stradali. Comunque, sono incontri con animali selvatici, che implicano necessariamente la giusta attenzione, per la propria e la loro incolumità.
26 febbraio 2017
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Alla ricerca di “Fuchs”, la volpe che ama i bambini
Si era abituata a mangiare i biscotti in un giardino a Camporosso. Da mesi non si vede più e i suoi piccoli amici la stanno ancora aspettando
TARVISIO. Il bambino e la volpe. Era una scena che si è ripetuta quasi giornalmente per più di un anno, nel cortile di una casa di Camporosso, in via Bartolo, ai margini della foresta che circonda i paesi della Valcanale. Ma sono mesi che Fuchs, così è stata ribattezzata la volpe, non si vede più.
Il più piccolo della famiglia Gressani e il fratello di dieci anni aspettano invano il ritorno di Fuchs quell’animale curioso che si lasciava avvicinare solamente da loro per gustare i biscotti che gli venivano offerti. Oramai, però, come ci racconta il nonno, Edoardo Kranner, noto albergatore in pensione, i due nipoti hanno perso ogni speranza.
La volpe non si fa più vedere e il sospetto è che sia stata investita da un mezzo sulla strada, o, più probabilmente, che possa averla notata qualche bracconiere senza scrupoli attratto da una facile preda, vista l'abitudine di avvicinarsi alle case dell’animale. Alla volpe avevano dato il nome Fuchs (il termine tedesco di volpe), lo stesso nome del cane pastore del vicino, raccontano i familiari.
Così la chiamavano e la volpe pareva ci hanno raccontato, rispondesse ai richiami avvicinandosi loro per ricevere un po’ di cibo, biscotti o qualche pezzetto di carne dello stufato. Il pane no, non lo mangiava. Era incuriosita anche dalla palla che i bambini gli lanciavano per giocare.
E quei momenti do incontro, gradualmente, erano divenuti quasi giornalieri, racconta mamma Claudia, tanto che la visita della volpe era attesa anche se non avveniva a un orario fisso, ogni momento era buono per lei, al mattino, pomeriggio o verso sera. Indubbiamente gli scorsi mesi estivi erano stati particolarmente interessanti per i figlioli che, di fatto, avevano adottato la volpe.
Da mesi però Fuchs non si vede più e il più piccolo dei fratelli, Matteo di soli due anni, ogni tanto esce e chiama più volte Fuchs, ma non ottiene risposta, la volpe non si fa viva più. Perciò non resta che conservare memoria di quegli incontri, che rimarranno indelebili. Il bambini, appunto, avevano avuto la meglio sulla diffidenza della volpe che girava nel cortile in cerca del cibo che, scoperta la sua presenza, veniva lasciato. Fuggiva solo all’abbaiare dei cani o se un adulto provava ad avvicinarsi troppo.
Permetteva di avvicinarsi solo a loro, ai bambini, specialmente al più piccolo, una figura che evidentemente, d’istinto, non le incuteva alcun timore. Indubbiamente, questa, una piccola storia, è una delle tante fra gli incontri fra gli animali che popolano la foresta e i valligiani.
Sono oramai incontri abbastanza frequenti, basti ricordare l’immagine della passeggiata notturna in centro a Tarvisio, dell’orso colto dalla telesorveglianza dei carabinieri l’anno scorso, o delle visite
dei caprioli e cervi nei paesi, durante l’inverno, in cerca di cibo, alle volte con il rischio di investimenti stradali. Comunque, sono incontri con animali selvatici, che implicano necessariamente la giusta attenzione, per la propria e la loro incolumità.
26 febbraio 2017
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Il sonno breve dell'orso carnico, Francesco
Febbraio 2017
Inverno troppo caldo: l'orso Francesco si è risvegliato - Foto e Video
Il plantigrado ha dormito solo 48 giorni sui monti tra Preone e Socchieve. Il ricercatore: non sappiamo se il letargo breve cambierà i suoi comportamenti
Febbraio 2017
PREONE. Il caldo dei giorni scorsi ha svegliato Francesco, l’orso che dalla scorsa estate si è stabilizzato nelle montagne tra Preone, Socchieve e Verzegnis. Il suo è stato un sonno breve perché, complice l’inverno anomalo, Francesco è andato in letargo tardi (il 31 dicembre) e si è svegliato quasi un mese prima del previsto. In una tana sui monti tra Preone e Socchieve, ha dormito solo 48 giorni.
Il team del dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’università di Udine, guidato dal ricercatore Stefano Filacorda, in queste ore sta seguendo con attenzione gli spostamenti del plantigrado che ha ripreso a muoversi nei boschi tra Preone e Socchieve. L’animale è dotato di collare satellitare e questo consente agli studiosi di sapere dove si trova.
In questo momento, i ricercatori dell’ateneo friulano non sono in grado di dire se e quali conseguenze provocherà il letargo breve nei comportamenti di Francesco. Trattandosi di un fatto eccezionale perché come spiega Filacorda «l’orso va in letargo a fine novembre agli inizi di marzo», gli universitari stanno osservando ogni passo dell’orso biondo della Carnia.
«Se cambierà o meno i suoi comportamenti dipende da quanto ha mangiato prima di entrare in letargo - continua Filacorda -, anche se l’assenza di neve lascia supporre che a dicembre abbia trovato da mangiare». Il problema si pone ora che, pur non essendoci la neve, la natura non si è ancora risvegliata.
Da qui la curiosità dei ricercatori: vogliono scoprire se, dopo il letargo, l’orso che in Carnia ha trovato l’habitat ideale, cambierà atteggiamento. «Cercherà da mangiare dove ricorda di aver mangiato prima di entrare in letargo», ipotizza Filacorda nel confermare che l’animale, nei 48 giorni di sonno, ha perso peso.
L’orso Francesco è al confine del parco naturale delle Dolomiti friulane, tra Forni di Sotto e Forni di Sopra. Qui è stato rilevato stamattina, lunedì 13 giugno, dal gruppo dell’università di Udine coordinato dal ricecatore Stefano Filacorda, che con l’aiuto delle guardie provinciali, dei volontari del “Villaggio degli orsi”, delle guardie forestali e della locale riserva di caccia, l’ha catturato una decina di giorni fa nell’area del monte Lovinzola, a Verzegnis. Dotato di collare, l’orso da quando è stato liberato è tornato sui suoi passi, nei luoghi che aveva già visitato: Verzegnis, Preone, Socchieve e ora si è spostato a Forni di Sotto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Francesco è un orso anomalo per diversi aspetti. Oltre ad avere il pelo chiarissimo, ad essere arrivato dal Trentino e dal Vento con un piglio molto più tranquillo, si è trovato di fronte a un inverno eccezionale durante il quale la colonnina di mercurio è andata sotto lo zero proprio a ridosso di San Silvestro.
Ed è stato allora che l’animale è entrato in letargo per svegliarsi quando la stessa colonnina di mercurio ha raggiunto picchi eccezionali anche in montagna.
«L’orso - insiste il ricercatore - non sente il grande caldo, si sveglia perché la neve si scioglie e dentro la tana aumenta l’umidità. È il bagnato dentro la grotta a svegliare il plantigrado. Un fenomeno coinciso con i 17 gradi registrati mercoledì scorso».
17 febbraio 2017
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Febbraio 2017
PREONE. Il caldo dei giorni scorsi ha svegliato Francesco, l’orso che dalla scorsa estate si è stabilizzato nelle montagne tra Preone, Socchieve e Verzegnis. Il suo è stato un sonno breve perché, complice l’inverno anomalo, Francesco è andato in letargo tardi (il 31 dicembre) e si è svegliato quasi un mese prima del previsto. In una tana sui monti tra Preone e Socchieve, ha dormito solo 48 giorni.
Il team del dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’università di Udine, guidato dal ricercatore Stefano Filacorda, in queste ore sta seguendo con attenzione gli spostamenti del plantigrado che ha ripreso a muoversi nei boschi tra Preone e Socchieve. L’animale è dotato di collare satellitare e questo consente agli studiosi di sapere dove si trova.
In questo momento, i ricercatori dell’ateneo friulano non sono in grado di dire se e quali conseguenze provocherà il letargo breve nei comportamenti di Francesco. Trattandosi di un fatto eccezionale perché come spiega Filacorda «l’orso va in letargo a fine novembre agli inizi di marzo», gli universitari stanno osservando ogni passo dell’orso biondo della Carnia.
«Se cambierà o meno i suoi comportamenti dipende da quanto ha mangiato prima di entrare in letargo - continua Filacorda -, anche se l’assenza di neve lascia supporre che a dicembre abbia trovato da mangiare». Il problema si pone ora che, pur non essendoci la neve, la natura non si è ancora risvegliata.
Da qui la curiosità dei ricercatori: vogliono scoprire se, dopo il letargo, l’orso che in Carnia ha trovato l’habitat ideale, cambierà atteggiamento. «Cercherà da mangiare dove ricorda di aver mangiato prima di entrare in letargo», ipotizza Filacorda nel confermare che l’animale, nei 48 giorni di sonno, ha perso peso.
L’orso Francesco è al confine del parco naturale delle Dolomiti friulane, tra Forni di Sotto e Forni di Sopra. Qui è stato rilevato stamattina, lunedì 13 giugno, dal gruppo dell’università di Udine coordinato dal ricecatore Stefano Filacorda, che con l’aiuto delle guardie provinciali, dei volontari del “Villaggio degli orsi”, delle guardie forestali e della locale riserva di caccia, l’ha catturato una decina di giorni fa nell’area del monte Lovinzola, a Verzegnis. Dotato di collare, l’orso da quando è stato liberato è tornato sui suoi passi, nei luoghi che aveva già visitato: Verzegnis, Preone, Socchieve e ora si è spostato a Forni di Sotto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Francesco è un orso anomalo per diversi aspetti. Oltre ad avere il pelo chiarissimo, ad essere arrivato dal Trentino e dal Vento con un piglio molto più tranquillo, si è trovato di fronte a un inverno eccezionale durante il quale la colonnina di mercurio è andata sotto lo zero proprio a ridosso di San Silvestro.
Ed è stato allora che l’animale è entrato in letargo per svegliarsi quando la stessa colonnina di mercurio ha raggiunto picchi eccezionali anche in montagna.
«L’orso - insiste il ricercatore - non sente il grande caldo, si sveglia perché la neve si scioglie e dentro la tana aumenta l’umidità. È il bagnato dentro la grotta a svegliare il plantigrado. Un fenomeno coinciso con i 17 gradi registrati mercoledì scorso».
17 febbraio 2017
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